|
|
|
Letto: 2476 volte
|
Il problema della pressione della fauna selvatica sui popolamenti forestali interessa buona parte delle aree boscate del nostro paese. A proposito di danni da sovraccarico di ungulati, di gestione forestale sostenibile, di scelte politiche e sensibilità ambientalistiche, sul numero 155 di Sherwood è stato pubblicato un Commenti e Proposte che riporta le riflessioni del Prof. Marco Paci. Vi invitiamo a leggerlo e a dire la vostra su queste questioni da anni costituiscono uno degli aspetti più problematici per chi si occupa di gestione forestale.
Danni da ungulati selvatici - Commenti & Proposte (367.73 kB 2009-07-14 17:26:13)
|
Aggiungi commento
|
|
 |
|
 |
|
|
|
|
Annunci Compro & Vendo legna
Legname segato - Pordenone
Vendo tavole non refilate, diverse stagionature, di essenze miste: olmo, noce, rovere, cipresso, acero campestre.
|
|
 |
|
 |
|
Commenti
Per il resto concordo con il dott. Mazzarone. saluti L.
La rottura di "questo equilibrio naturale" è recente (proviamo a dire 5.000 anni?) e risale al momento in cui in varie aree del mondo l'uomo è diventato stanziale (agricoltura, allevamento, villaggi, ecc).Posso consigliare su questi argomenti “armi, acciaio e malattie” di Jared Diamond (Einaudi).Ancora più recentemente, nella relazione tra uomo e fauna selvatica di interesse venatorio e al presunto “equilibrio naturale” di questa componente, ricordo il ruolo delle riserve di caccia nobiliari (divieto di accesso e intervento da parte di chiunque altro) nelle quali i proprietari dovevano necessariamente avere elevate densità per offrire a loro stessi e ai loro ospiti facili e numerose prede. Alcuni storici fanno risalire a questa esigenza la creazione delle prime “enclosures” che di fatto, tra il 1500 e il 1700, hanno stabilito la proprietà privata dei terreni come la intendiamo oggi in senso moderno. Ricordo infine che in Italia due riserve reali di caccia sono state i nuclei iniziali dei più antichi parchi nazionali (Abruzzo e Gran Paradiso) e che lo stambecco sulle Alpi e il camoscio abruzzese si sono conservati praticamente perché prede esclusivamente riservate al re e ai suoi ospiti (salvo bracconieri più furbi e bravi dei guardacaccia).
Dal punto di vista selvicolturale segnalo la difficoltà di conciliare interventi localizzati e su piccole superfici con un carico elevato di cervidi che, in genere, preferiscono questo tipo di condizioni e in questi casi possono provocare danni evidenti. Sul ceduo si perde l'incremento per qualche anno ma poi i polloni più interni diventano meno raggiungibili dagli animali e cominciano a crescere in altezza poco disturbati. Mi preoccupa di più la rinnovazione da seme delle querce e soprattutto del faggio (i cui semenzali difficilmente ricacciano dopo il morso).
Per quanto riguarda la seconda domanda di Lamberto penso proprio che -in ogni caso- è sufficiente ridurre (con vari metodi/costi/risultati, come già detto) il carico per renderlo compatibile con le risorse e certamente non si devono "sterminarli tutti".
sono una persona che non è esperto di questi argomenti, ma vista la v.s. competenza in materia chiedo chi è l'artefice dell'alterazione di questo equilibrio naturale?
Ridurre il carico di ungulati è possibile senza sterminarli tutti?
Un saluto cordiale Lambert
noto con dispiacere che il mio invito a cercare soluzioni tecniche incruente non è stato preso in considerazione, gira e rigira sembra che la soluzione al problema ungulati sia solo la caccia di selezione.(tecnica nelle intenzioni ma ludica nei fatti)
Vorrei evidenziare che togliere il foruncolo non significa eliminare le cause che lo hanno generato, infatti come manifestato nell' articolo pubblicato sul numero 158 di sherwood, dal 2000 gli abbattimenti si susseguono ogni anno(tasso di prelievo del 30%) e ciò testimonia la permanenza del problema.
Allora io vorrei che qualche esperto mi parlasse di recinti di cattura (non per abbattere ma per trasferire gli animali), di diminuzione della natalità (sterilizzazion e delle femmine), di cultura della prevenzione (evitare la pasturazione), di uso della selvicoltura per approntare aree idonee a trattenere gli ungulati (cioè in grado di offrire disponibilità alimentare) evitando quindi la pressione sulle colture agricole e sulle specie arboree di interesse, di sottopassi per permettere agli ungulati l’attraversamen to delle strade senza rischi per gli automobilisti, tutte proposte oggetto di approfondimento nei paesi Europei e negli U.S.A.
In buona sostanza invito tutti a considerare gli ungulati non più come forme estranee e nocive ma come risorse da gestire con oculatezza.
Redazione di Sherwood – Foreste ed Alberi Oggi
Blog attinente all’argomento “Fauna e Selvicoltura”.
La Commissione Tecnica Interregionale del Cervo ha proposto una nota, pubblicata
nella rubrica “Commenti & Proposte” e qui scaricabile www.rivistasherwood.it/index.php?option=com_docman&task=doc_download&gid=292, in cui si parla della gestione attiva degli ungulati selvatici nell’Appennino tosco-emiliano a commento all’articolo del Prof. Paci su Sherwood 155 e ispiratore di questo post. Sempre Paci ha aggiunto il suo diritto di replica, anch’esso qui scaricabile www.rivistasherwood.it/index.php?option=com_docman&task=doc_download&gid=293.
Proponiamo entrambi gli spunti per dare ulteriori elementi alla discussione.
Redazione di Sherwood - Foreste ed Alberi Oggi
In relazione agli interventi sul blog, vorrei proporre alcune riflessioni, che magari possono assumere il significato di risposte ad alcuni dubbi che sono stati espressi.
Tengo innanzitutto a sottolineare i limiti della selvicoltura nella soluzione del problema degli ungulati: la selvicoltura può svolgere un ruolo importante, ma non quando la densità degli ungulati selvatici è 10-15 volte quella che si avrebbe in condizioni prossime alla natura! In questi casi occorre l’abbattimento selettivo. E, proprio in relazione a questo punto, vorrei dire ad Alberto che sono d’accordo con lui quando sostiene che l’uomo ha avuto sulla natura un impatto spesso devastante, ma che in questo atteggiamento non rientra certo la caccia di selezione. Come sostiene Francesco C., la caccia di selezione si inquadra al contrario in una attività di tipo razionale, uno strumento con cui si cerca di riportare un minimo di equilibrio in ecosistemi altamente disturbati. Soprattutto - è bene chiarire il concetto - in questo tipo di caccia non c’è niente di “ludico” ma molto di “necessario”.
Per quanto riguarda il ruolo dell’uomo nei confronti della natura (ivi compresa la componente faunistica), mi piace ricordare che qualsiasi gestione forestale (compresa quella su base naturalistica) non può che avere come soggetto l’uomo, che gestisce le risorse secondo le proprie esigenze (Giorgio Iorio batte opportunamente su questo tasto). Gestire una risorsa naturale “nell’interesse della natura” è un controsenso, soprattutto alla luce del fatto che la natura sa trovare da sola i propri percorsi…. Il fatto è, purtroppo, che la natura può muoversi in direzioni poco apprezzate dall’uomo (vedi catastrofi), a maggior ragione se si tratta di una natura da millenni condizionata in senso antropico (spesso in modo scriteriato, è vero) e poi abbandonata a se stessa. Abbattere i cervi diventa così uno strumento inevitabile per indirizzare gli ecosistemi forestali verso una maggiore funzionalità, possibilmente in tempi brevi. E quando dico ecosistemi forestali non dico “alberi” o “animali”, dico qualcosa di gerarchicamente superiore a entrambi: mi riferisco cioè a sistemi complessi che vanno valorizzati nel loro insieme, facendo sì che certi meccanismi funzionino al meglio.
RSS feed dei commenti di questo post.