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Il problema della pressione della fauna selvatica sui popolamenti forestali interessa buona parte delle aree boscate del nostro paese. A proposito di danni da sovraccarico di ungulati, di gestione forestale sostenibile, di scelte politiche e sensibilità ambientalistiche, sul numero 155 di Sherwood è stato pubblicato un Commenti e Proposte che riporta le riflessioni del Prof. Marco Paci. Vi invitiamo a leggerlo e a dire la vostra su queste questioni da anni costituiscono uno degli aspetti più problematici per chi si occupa di gestione forestale.
Danni da ungulati selvatici - Commenti & Proposte (367.73 kB 2009-07-14 17:26:13)
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Commenti
E' evidente però che per gli agricoltori le difficoltà create dalla presenza dei predatori vanno a sommarsi a quelle dovute agli ungulati, cosicché si determina un contesto che lascia ben poche speranze.
Negli ultimi 10-15 anni L'allevamento ovino,che tradizionalment e veniva praticato proprio nelle zone marginali di collina e di montagna, è quasi scomparso per due fondamentali cause: mancanza di ricambio generazionale e attacchi di predatori. Sono a rischio anche gli allevamenti di bovini, perché i vitelli, se lasciati al pascolo vengono facilmente predati.
Anche mio padre, la scorsa estate, ha purtroppo deciso di vendere il suo gregge di pecore (solo 40 capi), dopo aver subito tre attacchi di lupo in tre settimane. In questo caso specifico gli attacchi si sono verificati in pieno giorno, ad una quota di soli 400 metri e a circa 150 metri di distanza dalle abitazioni (l'ultimo attacco è avvenuto in presenza di mio padre!). Nella frazione in cui abitano i miei genitori ormai solo mio padre e pochi altri pensionati (che si possono contare sulle dita di una mano) continuano a praticare un minimo di attività agricola. Sono territori difficili perché acclivi o terrazzati (i terrazzamenti stanno crollando e il loro recupero richiederebbe investimenti insostenibili). Mi chiedo cosa ne sarà di questo territorio e di questo paesaggio quando anche queste poche persone che ancora lo mantengono verranno a mancare.
Eppure le aree agricole marginali,i terrazzi, i filari alberati e le siepi, che si intersecano e si alternano al bosco creano un insieme di ecotoni molto variegato e determinano, a mio avviso, uno degli habitat più ricchi di specie vegetali e animali.
Attraverso la conservazione di questo "sistema" sarebbe possibile garantire una vera conservazione della biodiversità, sia a livello di specie, sia in termini di varietà di ambienti e di paesaggi.
Purtroppo invece la tutela della biodiversità viene canalizzata verso la conservazione di alcune specie "privilegiate", perché più facilmente osservabili e oserei dire più "pubblicizzabili " ("bambi" fa indubbiamente più presa sull'opinione pubblica rispetto a una biscia o a un coleottero!), inoltre la percezione della tutela ambientale in Italia è tuttora ancorata al concetto di "non intervento" come se qualsiasi azione dell'uomo fosse sempre e solo negativa per l'ambiente!
L'articolo di Ivana Fantoni (Sherwood n.160) sottolinea la debolezza di alcune scelte delle varie amministrazioni competenti nelle politiche di difesa dai danni e di indennizzi degli stessi. La mia esperienza, che riguarda sia territori inclusi in aree protette che non, non differisce di molto da quella illustrata dalla Fantoni.
Come già indicato in un precedente post, ho visto cambiare negli anni le popolazioni di alcune specie tra cui, oltre al capriolo, potrei segnalare il lupo, la lince (?), l'istrice, tra gli uccelli i corvidi (cornacchia e ghiandaia) e ultimo arrivato da pochi anni l'orso(forse sono due..).
A proposito dei danni in agricoltura rimando ai contenuti dell'articolo di Fantoni, con la sola aggiunta che in un area protetta del comprensorio dove lavoro se l'agricoltore danneggiato non è d'accordo sull'entità di indennizzo può ricorre e ottenere una nuova perizia. Sapete chi la fa ? Un tecnico scelto dall'area protetta, e l'agricoltore se lo deve pure pagare!
Sui danni al bestiame la mia esperienza è più recente (ultimi 3-4 anni) e si riferisce al lupo. Dopo una prima fase in cui il grosso della predazione era sul cinghiale, oggi con la riduzione sensibile del cinghiale e una stabilizzazione /leggero aumento dell'allevamento brado e semi-brado, si è in parte riportato sul bestiame.
Se l'allevatore subisce un danno (es. un vitello ucciso e parzialmente mangiato) deve chiamare il servizio veterinario della Asl per la certificazione (paga lui), smaltire la carcassa (paga lui), fare domanda di rimborso all'amministrazione competente e aspettare.
Se l'uccisione è avvenuta nei primi mesi dell'anno, allora ci sono buone possibilità di avere il 60% o 70% del danno (a seconda delle amministrazioni competenti con le eventuali penali già indicate dalla Fantoni). Se per caso il danno avviene negli ultimi mesi dell'anno non riceve nulla o così poco da non ripagarsi nemmeno le spese! Infatti le amministrazioni stabilisco in bilancio un somma totale senza riferimento con l'andamento dei danni nell'ultimo periodo e quando è finito il fondo i danni non vengono più pagati.
La risposta dell'allevatore ai miei sempre più difficili e timidi tentativi per sostenere l'importanza della fauna selvatica è: "la prossima volta che vado a fare un controllo degli animali, mi porto dietro il fucile, se lo vedo gli sparo".
Questo è il vero e triste risultato della politica attuale.
Cosa fare per cambiare la situazione? A mio parere 3 cose:
1 - riconoscere il 100% del danno subito (se un'auto mi tampona mi ripagano il 100%, perché dovrebbe essere diverso?) più le spese veterinarie e di smaltimento,
2 - consentire sistemi di difesa (recinzioni) realmente fattibili/applicabili (vedi articolo della Fantoni) e abolire le penali
3 - stanziare i fondi in funzione delle medie dei danni certificati degli ultimi 3 anni.
Per il resto concordo con il dott. Mazzarone. saluti L.
La rottura di "questo equilibrio naturale" è recente (proviamo a dire 5.000 anni?) e risale al momento in cui in varie aree del mondo l'uomo è diventato stanziale (agricoltura, allevamento, villaggi, ecc).Posso consigliare su questi argomenti “armi, acciaio e malattie” di Jared Diamond (Einaudi).Ancora più recentemente, nella relazione tra uomo e fauna selvatica di interesse venatorio e al presunto “equilibrio naturale” di questa componente, ricordo il ruolo delle riserve di caccia nobiliari (divieto di accesso e intervento da parte di chiunque altro) nelle quali i proprietari dovevano necessariamente avere elevate densità per offrire a loro stessi e ai loro ospiti facili e numerose prede. Alcuni storici fanno risalire a questa esigenza la creazione delle prime “enclosures” che di fatto, tra il 1500 e il 1700, hanno stabilito la proprietà privata dei terreni come la intendiamo oggi in senso moderno. Ricordo infine che in Italia due riserve reali di caccia sono state i nuclei iniziali dei più antichi parchi nazionali (Abruzzo e Gran Paradiso) e che lo stambecco sulle Alpi e il camoscio abruzzese si sono conservati praticamente perché prede esclusivamente riservate al re e ai suoi ospiti (salvo bracconieri più furbi e bravi dei guardacaccia).
Dal punto di vista selvicolturale segnalo la difficoltà di conciliare interventi localizzati e su piccole superfici con un carico elevato di cervidi che, in genere, preferiscono questo tipo di condizioni e in questi casi possono provocare danni evidenti. Sul ceduo si perde l'incremento per qualche anno ma poi i polloni più interni diventano meno raggiungibili dagli animali e cominciano a crescere in altezza poco disturbati. Mi preoccupa di più la rinnovazione da seme delle querce e soprattutto del faggio (i cui semenzali difficilmente ricacciano dopo il morso).
Per quanto riguarda la seconda domanda di Lamberto penso proprio che -in ogni caso- è sufficiente ridurre (con vari metodi/costi/risultati, come già detto) il carico per renderlo compatibile con le risorse e certamente non si devono "sterminarli tutti".
sono una persona che non è esperto di questi argomenti, ma vista la v.s. competenza in materia chiedo chi è l'artefice dell'alterazione di questo equilibrio naturale?
Ridurre il carico di ungulati è possibile senza sterminarli tutti?
Un saluto cordiale Lambert
noto con dispiacere che il mio invito a cercare soluzioni tecniche incruente non è stato preso in considerazione, gira e rigira sembra che la soluzione al problema ungulati sia solo la caccia di selezione.(tecnica nelle intenzioni ma ludica nei fatti)
Vorrei evidenziare che togliere il foruncolo non significa eliminare le cause che lo hanno generato, infatti come manifestato nell' articolo pubblicato sul numero 158 di sherwood, dal 2000 gli abbattimenti si susseguono ogni anno(tasso di prelievo del 30%) e ciò testimonia la permanenza del problema.
Allora io vorrei che qualche esperto mi parlasse di recinti di cattura (non per abbattere ma per trasferire gli animali), di diminuzione della natalità (sterilizzazion e delle femmine), di cultura della prevenzione (evitare la pasturazione), di uso della selvicoltura per approntare aree idonee a trattenere gli ungulati (cioè in grado di offrire disponibilità alimentare) evitando quindi la pressione sulle colture agricole e sulle specie arboree di interesse, di sottopassi per permettere agli ungulati l’attraversamen to delle strade senza rischi per gli automobilisti, tutte proposte oggetto di approfondimento nei paesi Europei e negli U.S.A.
In buona sostanza invito tutti a considerare gli ungulati non più come forme estranee e nocive ma come risorse da gestire con oculatezza.
Redazione di Sherwood – Foreste ed Alberi Oggi
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