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"La cosa migliore è che le decisioni sulla gestione a lungo termine vengano prese caso per caso attraverso incontri diretti con gli attori locali e i proprietari del territorio interessato." (da Natura 2000: Conservation in partnership, Commissione Europea 2005)
In Italia la maggior parte dei Siti terrestri della Rete Natura 2000, collocata in prevalenza nelle zone alto collinari e montane, include territori ad uso agro-silvo-pastorale anche rilevanti e caratterizzanti i Siti stessi.
Nelle foreste interessate poteva essere colta l'opportunità di concretizzare l'approccio alla gestione forestale sostenibile con il supporto di motivazioni e finanziamenti adeguati.
Invece, dopo un decennio di studi, carte, delibere, queste opportunità sembrano bloccate da un orientamento di tipo vincolistico basato su prescrizioni tecniche poco applicabili o fissate su elementi esclusivamente quantitativi e male giustificati, che spesso mettono in ridicolo anche alcune tecniche innovative (es. matricine per gruppi, alberi da rilasciare ad invecchiamento indefinito).
E mentre continuano ad essere finanziati studi, carte, revisioni degli studi e delle carte, pubblicazioni di depliant, carte intestate con il logo Natura 2000 o di Biodiversity 2010, nei Siti non è ancora arrivato un euro e non è stata attivata nessun tipo di partecipazione con gli attori locali e con i proprietari del territorio interessato.
Uno scenario veramente deludente rispetto a quello che poteva essere se qualcuno avesse letto i documenti europei e si fosse fatto guidare dai loro contenuti, se qualcuno avesse coinvolto i portatori di interessi e i portatori di competenze per ascoltare le loro indicazioni, se qualcuno avesse capito che, continuando a restare distanti dal territorio da tutelare, da chi ci abita e ci lavora, l'unico certo e diffuso risultato di Natura 2000 sarà quello di diventare l'ennesimo vincolo nelle aree interne e montane italiane.
E per voi, va bene così?
Giorgio Iorio
Consigliere Editoriale di Sherwood
Sempre su Natura 2000 leggete anche il Commenti & Proposte di Sherwood 161 |
Commenti
Sulle centinaia di migliaia di ettari in cui la rovere è stata diffusa, in barba a stravaganze tipo "selvicoltura sistemica" attuale, inoltre, la rovere stessa non era certamente autoctona ovunque.
La partecipazione è uno strumento di governance. Significa accettare una negoziazione trasparente, immune dall'influenza delle lobby e dai risultati vincolanti ed impegnativi per tutte le parti coinvolte, spesso nel lungo periodo.
Significa quindi tenere lontani gli equilibri e le relazioni consolidate di potere.
Per partecipare alla negoziazione bisogna dichiarare la personale posta in gioco, mettendo il piede in una sola scarpa.
Per gestire le negoziazioni sono necessari dei mediatori neutrali.
Per farla va dichiarato quale strumento vincolante per le parti ne raccoglierà alla fine i risultati.
Tutto ciò è molto lontano dalle nostre tradizionali modalità di gestione del potere, che è pure caoticamente frammentato .
Detto ciò la partecipazione alle decisioni d'interesse pubblico, in particolare sull'utilizzo sostenibile delle risorse ambientali, va decisamente promossa, sostenuta e sperimentata.
Alla fine però una cosa molto positiva l'ho trovata in un depliant di alcuni SIC valdostani nel quale -dopo aver illustrato flora e fauna che caratterizzano le aree- si invita a comperare i prodotti locali consentendo la sopravvivenza della attività zootecniche, agricole e forestali che mantengono una parte del territorio nelle condizioni di buona conservazione. Mi pare -almeno nel panorama nazionale- un grande passo avanti, ma sarò veramente soddisfatto quando nei depliants, insieme al foto del picchio nero e delle orchidee, ci sarà anche quella del sig. Mario Rossi che -nonostante le difficoltà- "insiste" ad allevare il bestiame, a fare il formaggio, a coltivare farro e lenticchia e magari ogni tanto a fare della legna dal bosco.
Sono convinto che questi due aspetti siano molto più importanti della discussione sulle strategie gestionali e sulle tecniche applicabili (vedi i riferimenti dei post precedenti su cedui, matricine, avifauna forestale, ecc).
Se le comunità locali non sono coinvolte, e questa -ripeto- è la mia esperienza, non credo che si andrà molto lontano e qualsiasi scelta gestionale anche la migliore tecnicamente non sarà applicata e se resa vincolante avrà effetti controproducent i. Al contrario se queste comunità vengono fatte partecipi fino a farle diventare "consapevoli custodi" dei Siti allora le cose cambiano: strategie e tecniche trovano credibilità e applicazione. Ovviamente la credibilità e l'applicazione della gestione proposta, discussa, adattata e condivisa, per consolidarsi nel breve periodo, devono trovare un adeguato supporto finanziario (previsto da Natura 2000 e dai PSR), cosa che continua ad essere lontana e più complicata di quanto si diceva qualche anno fa.
A me sembra che non si stia andando in questa direzione, piuttosto si continua a trincerarsi dietro muri di "lo studio è dell'università" (e quindi è senza errori), "c'è una specie prioritaria" (e prevale sul tutto il resto), quel bosco è habitat (anche se non è raro o residuale), ecc., senza entrare in una relazione profonda con il territorio e la sua storia che del resto è il principale fattore che ha determinato la designazione dei siti agro-silvo-pastorali nelle aree interne e montane: foreste interessanti, pascoli ancora relativamente gestiti, agricoltura a basso impatto.
Chi abita e lavora nei siti Natura 2000 di queste aree dell'Appennino non riesce proprio a comprendere come mai non gli sia stato riconosciuto, non dico tutto (perchè non sarebbe nemmeno vero), ma almeno una parte importante del merito dell'esistenza di boschi e pascoli "belli" e interessanti. Questo mancato riconoscimento li allontana sempre più dalle istituzioni che "da fuori" decidono come si deve organizzare e gestire il loro territorio.
Solo una volta chiarito questo, possiamo tornare a discutere di ceduo, specie eliofile, matricine e picchio nero, per trovare buone soluzioni tecniche per Natura 2000.
mi sembra normale che in francia ne trovi poco o niente....
se nel mio territorio ci fossero quelle condizioni ambinetali stazionali e climatiche tipo quelle francesi con presenza di rovere farnia e altre latifoglie nobili sicuramente non seglierei il governo ceduo......
daltro canto, in tutte le situazioni dove si può decidere di applicare il governo ad alto fusto e dove la gestione è la pianificazione interagiscono supportate da professionisti COMPETENTI del settore ciò si fa quotidianamente .....
mi risulta semplicistico dire in francia si fa così in Italia invece no......la complessità delle condizioni climatiche pedologiche fitosociologich e etc... presuppongono uno studio puntuale sul territorio e se le condizioni lo richiedono si può e si deve utilizzare anche il governo ceduo.
anche sulla biodiversità all'interno dei cedui soprattutto a livello di specie vegetali avrei qualche riserbo...
come in tutti i settori è facile fare del qualunquismo, secondo me bisognerebbe valutare stando anche sul territorio e cercando di concigliare le esigenze delle popolazioni locali, le tecniche selvicolturali di coltivazione e la salvaguardia dell'ambiente e del territorio; in un unico concetto "Gestione delle risorse ferestali sostenibile"
Non per polemica ma vorrei ricordare che nell'Europa centrale il ceduo è considerato una forma di gestione dei filari di alberi nei campi.
Un altro esempio: vi sfido a trovare un ceduo di querce attraversando la Francia da Nord a Sud: ci si riesce ma è veramente difficile (l'ho fatto l'anno scorso!).
Eviterei comunque di demonizzare biologi e naturalisti, esattamente come invito biologi e naturalisti a non demonizzare tutti i forestali. Lavorando e confrontandosi, si scopre che gli obiettivi dei settori più dialoganti e illuminati di tutte queste categorie (includo naturalmente i cacciatori), sono molto, molto vicini.
Dicono una serie di inesattezze veramente preoccupante!
Porto ad esempio un SIC della provincia di Varese dove a fronte di una superficie di 510 ha le formazioni da tutelare occupano circa il 5% e la maggior superficie è occupata da esotiche (c'è il famigerato Prunu serotina) e una gestione veramente onerosa ma coerente dovrebbe ripristinare gli ambiti della Brughiera, formazione ormai quasi scomparsa di indubbio valore ecologico.
E comunque in queste zone l'attività dell'aeroporto della Malpensa non viene neppure considerato come fattore impattante sugli ecosistemi!
Andrea
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