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Centrali di piccole o grandi dimensioni? Produzione termica, co-generativa o anche elettrica? E poi problemi di approvvigionamento, rischi di bruciare non solo legno, concorrenza interna: un servizio di Report (RAI 3) ha posto numerose domande e riflessioni, ma cosa ne pensano i tecnici forestali?
Domenica 31 Ottobre la nota trasmissione televisiva di giornalismo-inchiesta Report si è occupata delle centrali a biomasse legnose, con un servizio dal titolo “Biomasse di massa” realizzato dal giornalista Emilio Casalini. La conduttrice Michela Gabanelli ha posto ai telespettatori di RAI 3 una domanda legittima: queste centrali sono sempre così utili all'ambiente e all'economia come sembrerebbe? Il servizio, infatti, punta il dito sugli impianti di grandi dimensioni, che stanno proliferando in Italia grazie alle incentivazioni ma spesso sembrano peccare di una mancanza di pianificazione a monte, sulla reale disponibilità di materiale locale o sulla sua sostenibilità economica. Se il materiale proviene addirittura da altri continenti o deve viaggiare per centinaia di km su camion, è ovvio che i vantaggi, sopratutto ambientali, possono andare a decadere.
Ospiti del servizio sono stati esperti del mondo scientifico, come Davide Pettenella e Gianni Tamino dell’Università di Padova, che pongono un problema reale: la disponibilità sul territorio di idonei quantitativi di materiale per alimentare tutti gli impianti. Sembrerebbe infatti che tali disponibilità sul territorio nazionale non ci siano e che già in Italia si importi moltissimo legname da energia dall’estero.
Segue la riflessione di Paolo Fantoni, Presidente di Assopannelli, che pone il problema della competizione interna per la risorsa legno, con conseguente turbamento del mercato a dispetto di un settore, quello dell’arredamento, a più alto valore aggiunto. La conclusione del servizio da parte della conduttrice è chiara e sicuramente può stimolare numerose riflessioni dei tecnici del settore su uno degli aspetti più innovativi e discussi degli ultimi anni: “Riassumendo, le centrali a biomasse sono un’ottima idea, se di piccole dimensioni e se bruciano residui di boschi o di segheria e utilizzano tutta l’energia prodotta per riscaldare piccoli paesi... il fine dovrebbe essere quello di diventare autosufficienti e non di lucrare”. Da forestali, sinceramente, siamo rimasti stupiti dalla serietà del servizio, dalla scelta di ospiti competenti e dal modo di trattare questa delicata tematica con parole adatte ad un pubblico vasto come quello televisivo ma senza scadere nel banale o nell’eccessivo sensazionalismo (cosa ultimamente rara sui mass media). Siamo portati quindi a condividere le analisi generali di Report e fare un plauso alla Redazione che ha confezionato il servizio, nonostante alcune "leggerezze" che, ad una visione più approfondita del servizio, appaiono evidenti. Dal settore, infatti, si sono levate immediatamente voci critiche rispetto ad alcuni passaggi del video: quella di Fiper (Federazione Italiana Produttori di Energia da Fonti Rinnovabili) che punta a sottolineare la differenza tra centrali termiche, co-generative ed elettriche, a puntualizzare il sistema degli incentivi e che risponde alla riflessione di Assopannelli, e quella della TCVVV, la società che gestisce l'impianto di Tirano. Per avere una visione che sia la più ampia possibile su questo argomento invitiamo quindi a visionare il video, disponibile all’indirizzo web , e pubblichiamo, invitandoli a leggere, i comunicati indirizzati ai giornalisti RAI.
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Commenti
I dati generali del censimento
(omissis)
“La perdita di SAU nei 10 anni è stata di oltre 62 mila ettari, ma la capacità produttiva media annuale delle aziende agricole regionali è rimasta sostanzialmente inalterata (ad es. la produzione annuale regionale delle legnose agrarie in una annualità normale come il 2009 è addirittura cresciuta dell’+1,8% rispetto alla media 2000-2010), a dimostrazione di una tenuta delle produzioni regionali e a fronte di una quota consistente di terreni agricoli e forestali (171 mila ettari) destinati alle misure agro-ambientali di tutela della biodiversità, delle risorse idriche, dei suoli e della mitigazione dei cambiamenti climatici." (omissis)
2) Da “Agricoltura” mensile della Regione Emilia-Romagna; n.1 – gennaio 2012.
ECONOMIA. XII° Rapporto NOMISMA.
TITOLO : La sfida delle bioenergie è appena cominciata. (di Andrea Zaghi, Nomisma, Bologna)
Sottotitolo: “Le prospettive sono molto interessanti, anche se bisognerà mettere nel conto la reale capacità di investimento delle aziende agricole e l'importo degli incentivi statali”.
(omissis) ... Nello specifico, tre sono state le categorie di biomasse considerate: colture dedicate, residui zootecnici e residui colturali (le biomasse forestali e gli scarti dell'industria alimentare non sono stati esaminati, in quanto non direttamente facenti capo alle aziende agricole).
(omissis)
"Masse figlie di un dio minore" o, più probabilmente, "in cerca di un autore" che non abbia la pretesa di fruire di dati facilmente disponibili e pronti all'uso. Anche quest'ultima carenza è comunque significativa !
Detto ciò, condivido le osservazioni fatte dagli altri commentatori, ed in particolare quella di Carlo, che sottolinea il fatto che produrre biomassa dal bosco..soprattu tto toscano, "costa molto".
Al riguardo è infatti necessario pensare a che tipo di biomasse legnose vengono attualmente bruciate negli impianti di teleriscaldamen to o termoelettrici.
Ebbene, la quasi totalità del cippato che arriva negli impianti toscani è rappresentato da: diradamenti in fustaie, tagli fitosanitari, ripuliture alvei fluviali e, in pochissimi casi, residui segheria e potature del verde..quest'ul time poco apprezzate dal gestore dell'impianto.
In termini economici, si tratta di utilizzazioni forestali che sono tradizionalment e a macchiatico negativo.
Perché allora arrivano? Perché tali interventi sono sostenibili grazie ai contributi sulle varie misure del PSR.
Al momento, abbiamo quindi una certa quantità di biomassa disponibile a ciglio strada a costo zero, che attraverso la sola cippatura ed il trasporto può essere collocata sulla filiera cippato-energia . Evidentemente, il prezzo di vendita franco impianto, potrà essere molto basso, al limite pari ai soli costi di cippatura e trasporto.
Detto ciò, cosa potrebbe accadere se gli impianti a biomassa proliferassero senza tener conto delle biomasse disponibili a quel prezzo? Potrebbe essere necessario produrre cippato da altri soprassuoli, realizzando cippato come assortimento principale del bosco. Ovviamente, i prezzi attuali (55-70 euro/t..dipende dalla zona e dalla qualità) non sarebbero in grado di coprire i costi di produzione e quindi potremmo avere: o il fallimento dei nuovi impianti, perché il loro prezzo di break even point del cippato non consente l'acquisto di queste nuove risorse, oppure l'approvvigiona mento presso Paesi esteri in grado di produrre biomassa a prezzi irrisori senza garanzie di sostenibilità ambientale.
Risulta quindi evidente che la chiave di volta per garantire la sostenibilità della filiera sia rappresentata dalla compatibilità fra costi di produzione forestali e il prezzo massimo che sono in grado di offrire gli impianti termici.
La filiera "locale" la si seleziona quindi al momento stesso in cui viene realizzato l'impianto. Maggiore sarà l'efficienza dell'impianto (basse dispersioni, bassi consumi elettrici, ecc.) e maggiori saranno le garanzie che esso utilizzerà risorse locali.
Trovo il dibattito sulle dimensioni che devono avere questi impianti francamente stucchevole, anche perché alla fine anche un piccolo impianto può essere inadatto in un contesto dove le attività forestali non si sa neanche cosa sono.
Nel mio piccolo, mi occupo di energia dal legno da qualche anno (premetto, non sono un dottore forestale, ma solo un perito agrario che ha imparato qualcosa sul bosco stando a contatto con i boscaioli)e in tutto questo tempo mi sono scontrato con:
- l'ignoranza di politici e amministratori locali che si fanno abbindolare da apprendisti stregoni che hanno in tasca il megaprogetto miracoloso per lo sviluppo locale.
- La supponenza di progettisti che ti presentano i progetti senza considerare minimamente l'aspetto forestale, credendo che il cippato si trovi sotto un cavolo nell'orto e costi 2 lire a produrlo.
- Lasciamo stare i soliti comitati contro.
- La diffidenza, anche comprensibile, delle popolazioni a cui viene proposto di allacciarsi agli impianti di teleriscaldamento.
Potrei aggiungere altro, ma mi fermo qui. Voglio comunque ribadire un concetto, sperando che sia chiaro a chiunque voglia occuparsi del settore: una filiera legno energia sta in piedi se vede fin dall'inizio il coinvolgimento delle aziende forestali e delle popolazioni locali, i vantaggi della vendita del calore e in seconda istanza dell'energia elettrica devono ricadere il più possibile sulle aziende agroforestali. Per progettare una valida filiera occorre partire dal bosco, non dalla centrale, che è il punto di arrivo.
Un'ultima cosa, mi risulta che nella mia zona il mercato del cippato per l'industria dei pannelli segni il passo da diversi anni, e non certo per volontà delle ditte boschive. Carlo Franceschi Associazione Boscaioli Pistoiesi
www.centrocisa.it/studi_impianti/stirling.php
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