Benvenuti alla diciannovesima edizione di Pillole Forestali dal Mondo. Partiremo come sempre dall’Europa, tra Piani di ripristino ancora in ritardo, ricerca forestale e nuove reti per l’energia dal legno. Ci sposteremo poi tra Amazzonia, Africa e Asia, parlando di tracciabilità, agroforestazione, inventari digitali e responsabilità negli incendi. Chiuderemo con i crediti di carbonio da piantagioni produttive in Australia e con il decennio dell’afforestazione e della forestazione promosso dall’ONU.
Io sono Paolo Mori e qui in Redazione con me, a selezionare e commentare le notizie, ci sono Luigi Torreggiani, Andrea Barzagli, Silvia Bruschini, Giammarco Dadà e Luca Musio.
Potete leggere e ascoltare gratuitamente questa diciannovesima edizione delle Pillole Forestali dal Mondo grazie a chi sostiene Sherwood con il proprio abbonamento e, in particolare, FSC Italia e PEFC Italia, che sponsorizzano questa edizione contribuendo a rendere accessibile a tutti l’informazione forestale.
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Da dove arrivano le notizie di questa edizione (in verde quelle locali; in blu quelle internazionali)

Dovevano essere 27, ma per ora sono solo 9. Il 4 ottobre, quando è stata scritta questa notizia, secondo il portale ufficiale europeo BISE (Biodiversity Information System for Europe), soltanto 9 paesi, tra cui l’Italia, hanno formalmente consegnato alla Commissione europea la bozza del proprio Piano nazionale di ripristino. La scadenza era fissata al 1° settembre e l’Italia ha trasmesso il proprio documento il 28 settembre, quasi un mese dopo.
Ogni Piano deve indicare come raggiungere gli obiettivi di ripristino ambientale fissati per il 2030 e delineare una prospettiva anche per il 2040 e il 2050, coordinando le misure con le politiche agricole, forestali, climatiche e delle acque. La Commissione europea valuterà ora i documenti ricevuti e potrà formulare osservazioni prima della loro versione definitiva.
Il passaggio è importante poiché dopo la revisione della Commissione Europea il ripristino entrerà nella fase delle scelte concrete e dovremo stabilire quali indicatori usare e capire quali risorse saranno disponibili. La sfida sarà scegliere distinguendo tra aree dove servono interventi attivi, altre dove è più efficace favorire i processi naturali e altre ancora dove una gestione forestale appropriata deve contribuire al ripristino mantenendo però anche funzioni produttive, protettive e sociali.
Il 15 settembre 2026 si è aperta FORESTPathways, la prima di 7 gare transnazionali della nuova European Partnership FOREST che in 10 anni metterà a disposizione 233 milioni di euro. Questa prima gara mette a bando fino a 40 milioni di euro per ricerca e innovazione che possono riguardare la selvicoltura abbinata a resilienza climatica, gestione adattativa e multifunzionale, prodotti innovativi a base di legno, filiere, mercati e governance. Partecipano 36 organizzazioni finanziatrici di 27 Paesi e le proposte potranno essere presentate fino al 2 dicembre 2026.
Anche l’Italia partecipa, con 750.000 euro, di cui 300.000 dal MASAF e 450.000 dalla Provincia autonoma di Bolzano. Il MASAF non finanzierà il tema sui nuovi prodotti in legno. Bolzano finanzierà invece tutti e quattro i temi, fino a 300.000 euro per progetto.
Almeno nelle intenzioni pare che la European Partnership FOREST possa aiutare a trasformare la ricerca in strumenti concretamente utili a gestori, imprese e amministrazioni. Vedremo se la complessità del sistema, le limitazioni imposte e le il tipo di spese ammesse consentiranno realmente di trasformare gli auspici in fatti. Tanto per intendersi, anche solo in Italia MASAF e Provincia Autonoma di Bolzano adottano criteri differenti di ammissibilità dei beneficiari e rendicontazione, questo, purtroppo, fa pensare che le regole siano state fatte più per dare flessibilità e facilità operativa ai benefattori che ai beneficiari.

Il 30 settembre 2026 Holzkurier/Timber-Online, riferendo della riunione degli esportatori europei di legname tenutasi pochi giorni prima in Portogallo, ha descritto un mercato internazionale segnato da domanda debole, eccesso di offerta e prezzi sotto pressione, con margini sempre più ridotti e senza prospettive di una vera ripresa entro la fine dell’anno. Un quadro generale che trova un riscontro concreto nei dati diffusi il 17 settembre dal Natural Resources Institute Finland sul mercato finlandese del legname.
Nei primi otto mesi del 2026 il calo raggiunge il 19%. I prezzi, però, non seguono tutti la stessa traiettoria. Nelle vendite in piedi, i tronchi di abete sono rimasti sopra 83 euro al metro cubo e quelli di pino sopra 77. Rispetto ai massimi dell’estate 2025, quest’ultimo tipo di assortimenti ha perso circa un terzo del valore e il legname proveniente dai primi diradamenti circa il 45% in termini reali.
Il caso finlandese aiuta quindi a leggere meglio anche il rallentamento internazionale. Una domanda debole non produce necessariamente gli stessi effetti su tutti gli assortimenti e lungo tutta la filiera. Per l’Italia, dove le statistiche sul mercato del legno sono più frammentarie, disporre di indicatori tempestivi su volumi, prezzi e destinazioni industriali permetterebbe di capire prima quali segmenti stanno entrando in difficoltà e quali riescono invece a mantenere valore.
Il 10 settembre Eustafor ha comunicato che Baviera, Castilla-La Mancha, Stiria e Castilla y León hanno creato il Wood Energy Regions Network, WERN, una rete europea dedicata allo sviluppo dell’energia da biomassa legnosa. Uno degli esempi più concreti arriva dalla Castilla y León, che già produce un terzo dei pellet spagnoli e prevede altri 100 chilometri di reti di teleriscaldamento. Dovrebbero servire circa 30.000 abitazioni e oltre 325 edifici pubblici, utilizzando quasi 160.000 tonnellate di biomassa forestale l’anno ed evitando l’emissione di circa 90.000 tonnellate di CO₂ di origine fossile. Entro il 2030 il settore potrebbe mobilitare oltre un miliardo di euro di investimenti.
Una rete energetica di queste dimensioni può creare domanda stabile di materiale legnoso, valorizzare assortimenti di scarso pregio e, dove le condizioni lo permettono, contribuire anche a ridurre situazioni di povertà energetica offrendo calore a costi contenuti. Perché questi benefici possano durare, però, l’approvvigionamento deve essere costruito sulla biomassa realmente disponibile e sull’incremento dei boschi, non sui consumi presunti degli impianti.
Diventa quindi fondamentale scegliere quale selvicoltura praticare e programmare prelievi, assortimenti e tempi degli interventi, tenendo insieme produzione di legno, biodiversità, protezione, carbonio e altri servizi ecosistemici. In questo modo l’energia può diventare una componente stabile della gestione forestale senza compromettere la possibilità di ottenere altri benefici dal bosco.


Il 18 settembre 2026, il Department of Finance of Canada ha annunciato un prestito da 30 milioni di dollari canadesi a Conifex Timber, impresa della British Columbia che produce segati ed energia da residui di lavorazione ed è fortemente dipendente dal mercato statunitense. Il sostegno arriva dopo l’introduzione di controdazi canadesi che interessano anche prodotti derivati dal legno e utilizza uno strumento pubblico destinato alle grandi imprese colpite dalle nuove barriere commerciali.
Il caso canadese mostra quanto dazi e politiche industriali possano modificare flussi, prezzi e disponibilità di materia prima. Per paesi fortemente importatori come l’Italia diventa quindi sempre più importante diversificare le provenienze e conoscere bene la reale disponibilità di legno nel mercato internazionale, europeo e nazionale.

L’8 settembre 2026, il Ministero brasiliano dello Sviluppo, dell’Industria, del Commercio e dei Servizi, ha pubblicato una norma che definisce i criteri generali del nuovo “marchio Amazzonia”. Il sistema servirà a riconoscere prodotti e servizi realizzati utilizzando materie prime di origine biologica e valuterà l’intero ciclo di vita, dall’origine degli input fino all’immissione sul mercato.
Per ottenere il marchio, le imprese dovranno dimostrare sostenibilità ambientale e sociale e garantire la tracciabilità della produzione, conservando informazioni verificabili su fornitori, lotti e origine delle materie prime.
Le imprese interessate saranno formate per adeguarsi ai requisiti del Marchio e sottoposte ad audit da organismi di certificazione accreditati.
L’obiettivo è fare della provenienza amazzonica un elemento capace di aumentare il valore dei prodotti, sostenere le piccole imprese locali e generare più reddito nei territori di origine.

Il 28 settembre 2026, la Banca africana di sviluppo ha annunciato, con il Governo della Costa d’Avorio, un investimento da poco più di 24 milioni di dollari per rafforzare il programma PIDACC-Niger, dedicato all’adattamento climatico e al ripristino degli ecosistemi. La nuova fase interesserà cinque regioni del centro del Paese e dovrebbe coinvolgere direttamente circa 30.000 persone.
Sono previsti oltre 7 milioni di piantine forestali che saranno impiegate in parte in 6.000 ettari di sistemi agroforestali e in parte per il recupero di quasi 3.300 ettari di piantagioni forestali.
L’aspetto più interessante è l’integrazione tra ripristino, agroforestazione e produzione agricola. Restaurare il paesaggio, in questo caso, significa anche recuperare sistemi arborei produttivi degradati e con essi rafforzare l’agricoltura e la resilienza economica delle comunità rurali.


Il 18 agosto 2026 la FAO ha presentato i progressi di Open Foris Arena, piattaforma open source pensata per gestire in un unico ambiente l’intero ciclo dell’inventario forestale. Si parte dalla progettazione del campionamento e dalla raccolta digitale sul terreno, per arrivare al controllo di qualità, all’analisi statistica, alla visualizzazione dei risultati e alla produzione dei rapporti.
Nell’area Asia-Pacifico la FAO sta utilizzando Open Foris Arena anche per rafforzare le competenze dei tecnici forestali di Bhutan, Laos, Filippine, Thailandia e Vietnam. L’obiettivo è superare sistemi in cui raccolta, archiviazione e analisi restano separate e costruire invece un flusso continuo e verificabile, utile agli inventari nazionali, al Global Forest Resources Assessment e alla pianificazione forestale.
L’interesse va oltre il software. Disporre di procedure comuni e dati interoperabili significa poter confrontare inventari diversi nel tempo, ridurre errori e duplicazioni e trasformare più rapidamente il rilievo di campo in informazioni realmente utilizzabili per gestione, politiche climatiche e decisioni forestali.

Il 21 settembre 2026 il Ministero delle Foreste dell’Indonesia ha annunciato nuovi provvedimenti contro le imprese titolari di concessioni interessate da incendi boschivi. Nel corso delle indagini sono state sospese le licenze operative di 26 aziende e, per cinque concessionari, si è arrivati alla revoca. Le cinque concessioni interessano complessivamente 92.464 ettari, all’interno dei quali sono stati rilevati circa 1.169 ettari percorsi dal fuoco.
Il Ministero ricorda che tra gli obblighi dei concessionari rientra anche la protezione delle superfici affidate dal rischio di incendio. Il caso pone quindi con forza il tema della responsabilità di chi gestisce un patrimonio forestale. Ottenere il diritto di utilizzare una foresta non significa soltanto poter effettuare prelievi, ma assumere anche compiti di prevenzione, sorveglianza e gestione del rischio. Pur applicato in un contesto molto diverso, il principio è interessante anche nel pur debole dibattito italiano sulla gestione attiva e sull’affidamento di superfici forestali pubbliche a soggetti privati.

Il 10 agosto 2026 il Dipartimento australiano per il cambiamento climatico e l’ambiente ha aggiornato lo sviluppo di un nuovo metodo dell’Australian Carbon Credit Unit (ACCU Scheme) per afforestazione e riforestazione. La proposta consentirebbe di ottenere crediti per la CO₂ assorbita dagli alberi continuando a produrre legname commerciale.
Nel sistema ACCU i progetti di sequestro attraverso piantagioni produttive devono scegliere una permanenza di 25 oppure 100 anni. Chi sceglie 25 anni riceve meno crediti e, per alcune piantagioni produttive, comprese quelle a rotazione breve, la riduzione è maggiore.
Il confronto con l’Europa è un chiaro stimolo a domandarsi il perché di certe scelte. La metodologia CRCF per l’afforestazione stabilisce 35 anni di attività e almeno 40 anni di monitoraggio. Per piantagioni produttive a ciclo breve o medio-lungo, come molte forme di arboricoltura da legno, vincoli temporali così lunghi rendono impossibile valorizzare il carbonio sottratto all’atmosfera durante il ciclo produttivo. Il modello australiano, pur penalizzando con meno crediti l’opzione di permanenza più breve, rende almeno possibile riconoscere un effetto di sottrazione che comunque si verifica e si mantiene per diversi anni. L’atmosfera è una sola per tutto il Pianeta, ma l’effetto di sottrazione della CO2 da parte degli alberi dall’atmosfera invece sembra essere locale.


Il 22 settembre 2026 la FAO ha pubblicato la nuova Guide to forest biosecurity, pensata per aiutare i Paesi a costruire sistemi più efficaci contro organismi nocivi e specie invasive, la cui diffusione è favorita dagli scambi commerciali, dal movimento di persone e merci e dai cambiamenti climatici. La guida individua tre priorità fondamentali: prevenire l’ingresso degli organismi nocivi, individuarli e contenerli rapidamente, gestire nel lungo periodo quelli ormai insediati.
I dati richiamati dalla FAO mostrano la dimensione del problema. Nel 2020, 60 Paesi che rappresentano il 49% delle foreste mondiali hanno segnalato 31,4 milioni di ettari danneggiati da insetti, mentre 47 Paesi hanno registrato 6,13 milioni di ettari colpiti da varie patologie.
La biosicurezza viene quindi proposta come una responsabilità condivisa che coinvolge gestori, proprietari, ricerca, imprese, vivai, controlli alle frontiere e comunità locali. Un approccio particolarmente importante anche in Italia, dove l’aumento degli scambi di piante e legname e così come le condizioni climatiche favorevoli possono accelerare l’arrivo e la diffusione di nuovi organismi. Individuarli precocemente può essere molto meno costoso che affrontarli quando sono ormai diffusi su vaste superfici.

Il 7 maggio 2026 la piattaforma internazionale Fordaq ha pubblicato un rapporto sugli effetti del conflitto in Medio Oriente sul commercio globale del legname, elaborato dopo un webinar internazionale che ha coinvolto oltre 1.000 operatori della filiera legno provenienti da 70 Paesi.
Secondo i dati discussi durante l’incontro, la crisi nello Stretto di Hormuz avrebbe già modificato profondamente i flussi logistici mondiali: i transiti navali mensili sarebbero passati da circa 3.000 a soli 154 nel marzo 2026. I costi di spedizione verso il Golfo risultano raddoppiati o triplicati, mentre container destinati ai mercati mediorientali risultano bloccati in India, Emirati Arabi Uniti, Oman ed Egitto.
Nonostante le difficoltà logistiche, la domanda di legname rimane elevata e il legno europeo continua a mantenere un vantaggio competitivo grazie alla qualità del materiale e all’affidabilità delle forniture.
La notizia mostra con chiarezza quanto il commercio internazionale del legno dipenda oggi dalla stabilità geopolitica, dalle rotte marittime e dai sistemi logistici globali. E conferma come il legno ingegnerizzato continui a essere considerato strategico per lo sviluppo edilizio di molti Paesi del Medio Oriente.
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