Benvenuti alla sedicesima edizione di Pillole Forestali dal Mondo dove vedremo come ci sia chi aumenta i prelievi legnosi per rafforzare la produzione interna e chi invece li riduce per garantire maggiore stabilità alle risorse forestali, sapremo come si intende prevenire gli incendi in Canada, tratteremo di strategie della bioeconomia europea, fino ad arrivare ai nuovi equilibri del commercio mondiale del legno.
Io sono Paolo Mori e qui in Redazione con me, a selezionare e commentare le notizie, ci sono Luigi Torreggiani, Andrea Barzagli, Silvia Bruschini e Luca Musio.
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Da dove arrivano le notizie di questa edizione (in verde quelle locali; in blu quelle internazionali)

Tra il 23 e il 25 febbraio 2026 Vienna ha ospitato un summit internazionale dedicato alla bioeconomia forestale e alle materia prime rinnovabili, con la partecipazione di governi, organizzazioni agricole e alimentari, organizzazioni forestali e industria del legno, provenienti da Europa, Africa, Asia e Oceania. Nei documenti conclusivi emerge con forza una posizione destinata a incidere sul dibattito forestale europeo, in cui le foreste vengono considerate non solo ecosistemi da proteggere, ma anche infrastrutture produttive strategiche per la transizione climatica ed energetica.
Il documento evidenzia che la domanda globale di biomassa legnosa e materiali rinnovabili è destinata ad aumentare nei prossimi decenni, soprattutto nei settori dell’edilizia, della chimica verde e dei prodotti sostitutivi delle fonti fossili. Per questo viene richiamata la necessità di aumentare la disponibilità di materia prima proveniente da gestione forestale sostenibile, integrando produzione, biodiversità e servizi ecosistemici.
Non meraviglia il fatto che in tema di bioeconomia forestale la tipologia di soggetti convenuti a Vienna non sia del tutto allineata con le scelte politiche e finanziarie della Commissione Europea che negli ultimi anni, con la Strategia sulla biodiversità 2030 e con la Nature Restoration Law, ha scelto di orientarsi verso un incremento della superficie e dell’intensità della protezione. Sarà interessante capire come potrà essere coniugato l’incremento della richiesta di biomasse legnose con l’aumento delle superfici protette.
Il 12 maggio 2026 l’organizzazione belga Forêt Nature ha pubblicato il nuovo rapporto delle attività a consuntivo del 2025, documento che descrive l’evoluzione di una delle esperienze europee più avanzate nel collegamento tra gestione forestale, divulgazione tecnica, formazione professionale, ricerca e strumenti digitali applicati alle foreste.
Con sede in Vallonia, Forêt.Nature opera come piattaforma integrata di supporto al settore forestale, affiancando gestori pubblici e privati attraverso attività di consulenza tecnica, sviluppo di strumenti operativi, trasferimento delle conoscenze scientifiche e organizzazione di corsi specialistici. Tra gli elementi più interessanti emerge il “Fichier écologique”, piattaforma che integra dati climatici, ecologici e stazionali per supportare la scelta delle specie forestali più adatte ai diversi contesti ambientali e ai cambiamenti climatici.
Particolarmente interessante è la possibilità di approfondire direttamente le attività dell’organizzazione attraverso il rapporto completo disponibile online. Dal documento si accede infatti a un catalogo di iniziative, strumenti e servizi che colpisce per la concretezza operativa e per la varietà delle attività sviluppate a supporto del settore forestale.
Il caso belga appare oggi uno degli esempi più interessanti in Europa per immaginare un possibile servizio nazionale sulle foreste capace di accompagnare Regioni, proprietari privati e gestori forestali, mantenendo una connessione stabile con il mondo della ricerca e dell’università. Il modello sviluppato da Forêt.Nature mostra infatti come comunicazione tecnica, strumenti digitali, formazione e assistenza possano diventare componenti integrate di una moderna infrastruttura forestale di servizio.

Nel 2026 il gruppo finlandese UPM ha riorganizzato le proprie attività forestali rafforzando il collegamento diretto tra gestione delle risorse forestali, approvvigionamento industriale e strategie climatiche aziendali. Il gruppo opera principalmente nei settori di cellulosa, carta, biomateriali, bioenergia e prodotti in legno, integrando gestione forestale, approvvigionamento, trasformazione industriale e gestendo circa 917.000 ettari tra piantagioni e boschi naturali (di cui il 17,3% in aree naturali protette). L’attività si svolge in parte in Uruguay, dove la UPM possiede circa 177.000 ha e dove ha sviluppato una delle più grandi piattaforme integrate al mondo per la produzione di cellulosa da piantagioni arboree.
La documentazione pubblicata da UPM evidenzia come nel 2025 le emissioni Scope 3, cioè quelle dovute ad attività collegate a monte e a valle della produzione, abbiano rappresentato il 73% dell’impronta climatica complessiva dell’azienda, confermando il peso crescente delle attività legate alla filiera forestale, alla logistica e all’approvvigionamento nella contabilizzazione delle emissioni industriali.
Nel materiale di approfondimento, disponibile online, emerge con chiarezza come la gestione forestale venga ormai considerata parte integrante delle strategie di decarbonizzazione industriale. Le attività forestali non sono più viste soltanto come fonte di materia prima, ma come componente strategica per resilienza climatica, tracciabilità, biodiversità e riduzione delle emissioni lungo l’intera catena produttiva.
Per il contesto europeo e italiano questo approccio rappresenta un segnale importante: la sostenibilità industriale non può limitarsi all’impatto degli stabilimenti di trasformazione, ma richiede un’integrazione sempre più stretta con la gestione forestale e con il controllo delle filiere di approvvigionamento.


In Canada cresce il consenso tecnico sul fatto che incendi forestali sempre più estesi e severi richiedano una maggiore gestione attiva delle foreste. Negli ultimi mesi diversi contributi scientifici e tecnici hanno evidenziato come diradamenti, gestione delle biomasse e utilizzo del legno possano contribuire a ridurre il rischio di incendi ad alta intensità e migliorare la resilienza dei paesaggi forestali.
Nel dibattito canadese vengono spesso richiamate le esperienze sviluppate in Alberta e British Columbia, dove programmi di gestione del combustibile legnoso avrebbero già mostrato riduzioni significative della severità degli incendi nelle aree trattate. Parallelamente cresce l’interesse verso l’utilizzo industriale delle biomasse residue, considerate non solo un accumulo di combustibile potenzialmente pericoloso, ma anche una possibile risorsa economica ed energetica.
Il confronto coinvolge gestione forestale, industria del legno, politiche climatiche e sicurezza delle comunità rurali, in un contesto nel quale il Canada continua a registrare stagioni incendiarie tra le più estese degli ultimi decenni.
Particolarmente interessante è il fatto che il dibattito canadese stia riportando al centro la relazione tra incendi e gestione forestale, tema che negli ultimi anni si sta diffondendo rapidamente anche in Europa. Il rischio, tuttavia, è che il confronto si polarizzi tra approcci esclusivamente conservativi e strategie esclusivamente produttive, mentre il nodo reale sembra essere la costruzione di paesaggi forestali più resilienti e adattati alle nuove condizioni climatiche.

Il 27 marzo 2026 i rappresentanti democratici dell’Oregon hanno chiesto una proroga di 60 giorni della consultazione pubblica sui nuovi piani del Bureau of Land Management, che prevedono un aumento significativo dei livelli di raccolta del legname nelle foreste federali della parte occidentale dello Stato. Secondo le anticipazioni, i nuovi obiettivi riporterebbero i livelli di utilizzazione a valori comparabili a quelli degli anni Sessanta.
La notizia si collega direttamente a quanto già segnalato nelle PFM 15 con la notizia sulla “Svolta nella politica forestale USA: +25% produzione di legname”, evidenziando come negli Stati Uniti stia crescendo una linea politica favorevole all’aumento della produzione forestale interna. Il “caso Oregon” mostra però come il tema stia producendo forti tensioni sociali e politiche e come anche le foreste siano oggetto di contrasto tra Governo e opposizione.

Secondo un articolo pubblicato su Mongabay nel marzo 2026, il progetto REVERTE, in Brasile, ha raggiunto circa 281.800 ettari di pascoli degradati in fase di ripristino, con l’obiettivo di arrivare a 1 milione di ettari entro il 2030. Il programma, sostenuto da investimenti superiori a 396 milioni di dollari, incentiva gli agricoltori brasiliani a convertire pascoli degradati in sistemi produttivi integrati con piantagioni forestali e pratiche agricole rigenerative.
L’iniziativa punta a incrementare la produzione agricola senza aumentare la pressione sulle foreste naturali, promuovendo modelli che integrano alberi, allevamento e coltivazioni. Nel dibattito brasiliano il progetto viene considerato anche uno strumento per ridurre la deforestazione indiretta legata all’espansione dei pascoli.
Il caso REVERTE mostra come il ripristino forestale possa diventare una leva economica oltre che ambientale, integrandosi nei sistemi agricoli produttivi. Un approccio che presenta diversi punti di contatto con le strategie europee sull’agroforestazione e che potrebbe offrire spunti interessanti anche per il contesto italiano che al momento non ha un piano nazionale sull’agroselvicoltura.


Dopo il focus sulle strategie europee della bioeconomia forestale, i documenti conclusivi del summit internazionale svoltosi a Vienna nel febbraio 2026, dedicano ampio spazio anche al ruolo crescente dei Paesi africani nello sviluppo delle filiere forestali sostenibili. Nel confronto tra governi, industria e organizzazioni internazionali emerge la volontà di rafforzare trasformazione locale del legname, occupazione rurale, carbon farming e capacità industriali nazionali.
Si sottolinea la necessità di superare modelli basati prevalentemente sull’esportazione di materia prima non trasformata, favorendo invece filiere locali capaci di generare maggiore valore aggiunto.
La notizia si collega direttamente a quella precedente dedicata al summit di Vienna e al rilancio europeo della bioeconomia forestale. Se nel dibattito europeo il tema centrale era la disponibilità di materia prima legnosa per sostenere la transizione climatica e industriale, nel caso africano emerge soprattutto il tema dello sviluppo economico locale e della capacità di trattenere localmente una maggior valore aggiunto.


Il 21 marzo 2026, in occasione della Giornata internazionale delle foreste, il Ministro delle Risorse naturali e della sostenibilità ambientale della Malesia ha annunciato che il nuovo limite del 13° Piano della Malaysia sarà fissato a 890.000 ettari contro 1.165.300 ettari del piano attuale.
Secondo Bernama, agenzia stampa malese simile all’ANSA in Italia, la misura viene presentata sia come un elemento di rafforzamento della gestione forestale sostenibile sia come un modo per trovare un nuovo equilibrio tra funzione produttiva, conservazione e continuità della risorsa forestale.
La scelta malese appare particolarmente interessante se confrontata con quanto segnalato nelle PFM 15 sulla decisione degli Stati Uniti di aumentare del 25% i prelievi nelle foreste federali. Due impostazioni molto diverse che mostrano come, a livello internazionale, il rapporto tra produzione forestale, sicurezza degli approvvigionamenti e conservazione venga oggi interpretato attraverso strategie anche opposte.

Il 21 maggio 2026 Forestry Australia, l’associazione professionale che riunisce tecnici e forestali australiani, ha pubblicato una rassegna commentata delle evidenze scientifiche sul rapporto tra utilizzazioni forestali e rischio incendi, tema che continua ad alimentare un acceso dibattito nel Paese dopo i grandi incendi degli ultimi anni.
Secondo il documento, non esisterebbero prove scientifiche sufficienti per sostenere in modo generalizzato che le attività di raccolta del legname aumentino il rischio di incendi severi.
La presa di posizione australiana si inserisce in un dibattito che sta emergendo contemporaneamente in diversi continenti. In Canada cresce infatti il consenso tecnico sul ruolo della gestione attiva e della riduzione delle biomasse nel contenimento dei mega-incendi, mentre negli Stati Uniti il tema è entrato direttamente tra le motivazioni che sostengono le politiche federali di incremento delle utilizzazioni forestali. Anche in Europa si moltiplicano le discussioni sul contributo che la selvicoltura può offrire alla resilienza delle foreste in un contesto di cambiamento climatico.
Per i lettori di Sherwood il tema non è nuovo. Già nel 2023, con il dossier pubblicato nel numero 265 dedicato alla prevenzione attiva degli incendi boschivi, la rivista ha approfondito il ruolo di diradamenti, gestione delle biomasse, infrastrutture e interventi selvicolturali nella riduzione del rischio incendio. La discussione australiana conferma come questi temi siano oggi uno dei temi più rilevanti del confronto forestale internazionale.


Il 13 maggio 2026 le Nazioni Unite hanno pubblicato il Global Forest Goals Report 2026, documento che valuta lo stato di avanzamento dei sei Global Forest Goals definiti Nel piano strategico dell’ONU 2017–2030. Nella pubblicazione si evidenzia come sui 26 target complessivi, due risultino ancora “off track”, cioè non allineati ai risultati da raggiungere entro il 2030, mentre sette vengono considerati “ampiamente raggiunti”.
Il rapporto segnala progressi nei temi legati a gestione forestale sostenibile, aree protette e cooperazione internazionale, mentre persistono forti criticità legate a deforestazione, degrado forestale, incendi e pressione climatica.
Il documento sottolinea inoltre che l’economia forestale globale vale circa 1.500 miliardi di dollari l’anno ottenuti prelevando circa 3,9 miliardi di metri cubi di legno e occupando almeno 42 milioni di persone. Il rapporto quindi, accanto ai valori ambientali, sottolinea anche il valore strategico delle filiere forestali e della produzione legnosa nell’economia globale e nelle politiche di sviluppo sostenibile.

Il 7 maggio 2026 la piattaforma internazionale Fordaq ha pubblicato un rapporto sugli effetti del conflitto in Medio Oriente sul commercio globale del legname, elaborato dopo un webinar internazionale che ha coinvolto oltre 1.000 operatori della filiera legno provenienti da 70 Paesi.
Secondo i dati discussi durante l’incontro, la crisi nello Stretto di Hormuz avrebbe già modificato profondamente i flussi logistici mondiali: i transiti navali mensili sarebbero passati da circa 3.000 a soli 154 nel marzo 2026. I costi di spedizione verso il Golfo risultano raddoppiati o triplicati, mentre container destinati ai mercati mediorientali risultano bloccati in India, Emirati Arabi Uniti, Oman ed Egitto.
Nonostante le difficoltà logistiche, la domanda di legname rimane elevata e il legno europeo continua a mantenere un vantaggio competitivo grazie alla qualità del materiale e all’affidabilità delle forniture.
La notizia mostra con chiarezza quanto il commercio internazionale del legno dipenda oggi dalla stabilità geopolitica, dalle rotte marittime e dai sistemi logistici globali. E conferma come il legno ingegnerizzato continui a essere considerato strategico per lo sviluppo edilizio di molti Paesi del Medio Oriente.

Per questa edizione di Pillole Forestali dal Mondo è tutto!
Vi ricordo che oltre a questa rubrica Sherwood propone anche le Pillole Forestali dall'Italia realizzate da Luigi Torreggiani.
Come le Pillole Forestali dal Mondo anche quelle dell'Italia sono gratuite e si possono sia leggere sul sito web di Sherwood che ascoltare in versione podcast. Infine vi rammento che anche voi potete contribuire a questa rubrica inviando notizie forestali dal mondo all'indirizzo .
Alla prossima edizione!
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