di Maria Chiara Manetti, Enrico Marcolin, Antonio Brunori, Marco Conedera, Alberto Manzo, Paolo Mori, Mario Pividori, Raoul Romano, Alessandra Stefani, Roberto Zanuttini
Tra esigenze di gestione sostenibile e rilancio produttivo, la selvicoltura e le filiere del castagno da legno sono state al centro di un convegno di 2 giorni organizzato presso il CREA FL di Arezzo. Il testo che segue è la sintesi di quanto è stato presentato e discusso e, allo stesso tempo, una nutrita serie di spunti per rendere praticabile la selvicoltura del castagno e più integrate e competitive le filiere che ne derivano.
I giorni 17 e 18 giugno 2025 si è svolto ad Arezzo nella sede del CREA, Centro di ricerca Foreste e Legno il primo workshop nazionale sulla filiera della castanicoltura da legno che ha visto il coinvolgimento dei vari portatori di interesse componenti la rete di filiera.
La consapevolezza che i boschi cedui di castagno sono il risultato dell’interazione secolare tra l’attività dell’uomo, le caratteristiche ambientali e la struttura socio-economica del territorio, può essere il punto di partenza per riconoscere nella gestione selvicolturale, se intesa come cura e salvaguardia di un bene comune, l’elemento chiave che assicura non solo un ritorno economico, ma soprattutto la conservazione della biodiversità e il mantenimento dell’identità storica e culturale di molte popolazioni rurali e montane.
In quest’ottica, l’abbandono della gestione o una gestione non in linea con l’ecologia della specie (come ad esempio l’avviamento ad alto fusto) generano problematiche anche rilevanti che possono sfociare in crolli, disseccamenti, sostituzione del castagno a vantaggio di altre specie (locali e/o aliene). In definitiva l’applicazione di tecniche selvicolturali pensate per favorire l’incremento della naturalità si traduce in pratica in una perdita di habitat.
I principali elementi critici riscontrati nella filiera della castanicoltura da legno che hanno sollecitato l’organizzazione di questo workshop sono legati proprio alla discrepanza esistente tra i risultati della ricerca scientifica e la loro applicazione sul territorio. Tra questi:
Nelle due giornate di lavoro si è cercato di favorire il dialogo tra le diverse componenti della filiera, ascoltando e condividendo le esperienze, i problemi e le buone pratiche presenti sul territorio. Attraverso il confronto e la ricerca di un linguaggio comune, abbiamo cercato di identificare strategie concrete, sostenibili e replicabili per la gestione e la valorizzazione dei castagneti da legno.
Nella prima giornata si è iniziato affrontando il tema dell’approvvigionamento del legname in una sessione moderata da Raoul Romano (CREA) e che ha visto la partecipazione di due docenti universitari (Mario Pividori di Padova e Marco Togni di Firenze), di un libero professionista (Valeria Cottino, architetto di Torino), e di due rappresentanti di imprese del settore legno (Piangoli Legnami di Viterbo e Gruppo Morini di Abbadia San Salvatore, Siena).
Nella seconda sessione, Roberto Zanuttini (Università di Torino) ha affrontato il tema della valorizzazione della risorsa legno con l’aiuto di tre imprese boschive/forestali (Chinucci legnami di Viterbo, Campaldini legnami di Arezzo, cooperativa Valli Unite del Canavese di Torino), di un dottore forestale (Marco Bonavia di Cuneo) e di un rappresentante di un consorzio di imprese del settore legno (Conlegno di Milano).
Nella seconda giornata, Paolo Mori ha moderato la prima sessione incentrata sull’analisi delle opportunità e limiti della selvicoltura per differenziare, migliorare e valorizzare le produzioni legnose e i servizi ecosistemici. Al confronto hanno partecipato Marco Conedera (Ricercatore WSL, Svizzera), Piergiuseppe Montini (ex amministratore pubblico nell’UC Amiata val d’Orcia), Michela Benato (dottore forestale) e la cooperativa Eco-Energie (Arezzo).
Infine, nell’ultima sessione moderata da Antonio Brunori (PEFC), sono state analizzate le criticità tra gestione forestale, utilizzazioni, innovazione e marketing. Sono intervenuti due docenti universitari (Manuela Romagnoli di Viterbo e Mauro Masiero di Padova), due funzionari regionali (Giovanni Filiani della Regione Toscana e Marco Corgnati della Regione Piemonte) e i rappresentanti del Consorzio Legno Veneto di Belluno e del Gruppo Ledoga della Silvateam di Cuneo.
Le conclusioni sono state condotte da Alberto Manzo del DIFOR (MASAF) e da Alessandra Stefani (Cluster Legno Italia), che hanno sottolineato l’utilità dell’evento e la necessità di ORGANIZZARCI per potenziare le situazioni di confronto. Un primo obiettivo concreto sarà la costituzione di un tavolo di lavoro nazionale per la castanicoltura da legno.
Il notevole interesse suscitato dall’evento ha visto la partecipazione di oltre 100 addetti ai lavori appartenenti al mondo dell’università e della ricerca, delle imprese, delle cooperative e consorzi legnati al mercato del legno, di funzionari regionali e/o di Enti locali, liberi professionisti e informatori/divulgatori.
Le principali criticità emerse, comuni alle quattro sessioni, sono imputabili allo stato attuale della filiera che non consente di valorizzare la qualità del prodotto, non assicura la continuità produttiva e non garantisce la competitività sul mercato nazionale. Tra i problemi comuni riscontrati:
Di conseguenza gli obiettivi prioritari per riattivare la filiera devono accogliere alcune raccomandazioni strategiche generali:

In dettaglio la sintesi delle quattro sessioni:
La sessione ha evidenziato le principali problematiche che ostacolano la valorizzazione del legno di castagno nazionale, grazie al confronto tra operatori della filiera legno, architetti, ricercatori e tecnici forestali. È emersa la forte disomogeneità normativa tra le regioni italiane, accompagnata da una burocrazia eccessiva che rende complessa la pianificazione degli approvvigionamenti per le segherie, compromettendone la continuità produttiva. A questo si aggiunge la frammentazione delle proprietà boschive e la difficoltà nel rintracciare i proprietari, un onere che ricade spesso sulle imprese boschive e che limita la possibilità di attuare una gestione forestale tempestiva e coordinata.
La mancanza di cure colturali ha determinato un progressivo calo della qualità del legname proveniente dai cedui, finendo per destinare gran parte del materiale alla produzione di cippato per uso energetico. Di conseguenza, sul mercato locale e nazionale si registra una scarsa disponibilità di assortimenti di qualità, costringendo gli operatori a rivolgersi al mercato estero per soddisfare la domanda. Anche il settore edile risente di questa carenza, nonostante il legno di castagno presenti caratteristiche ideali per interventi di ristrutturazione sostenibile.
Un ulteriore limite è rappresentato dalla carenza di progettisti (architetti, ingegneri) formati nell’impiego del legno di castagno in edilizia, che impedisce una piena valorizzazione del materiale. Parallelamente, si osserva una progressiva perdita delle conoscenze tradizionali legate alla gestione selvicolturale dei castagneti, con conseguente abbandono colturale. Per affrontare queste criticità, è fondamentale semplificare il quadro normativo e rendere più agevole l’applicazione dei necessari interventi selvicolturali.
In sintesi, il rilancio della filiera del castagno passa attraverso una gestione forestale programmata, investimenti nella formazione degli operatori, interventi colturali mirati e una revisione normativa che favorisca l’efficienza e la qualità. Solo così sarà possibile restituire valore a una risorsa dalle grandi potenzialità economiche e ambientali.

Il castagno, benché risorsa strategica, è sottovalutato a causa di abbandono gestionale, frammentazione proprietaria e deficit di coordinamento tra domanda/offerta. Peculiarità negative includono la cronica carenza di popolamenti per legname di pregio e assortimenti qualificati. Il rilancio richiede un approccio sistemico (politico-amministrativo, legislativo, tecnico-organizzativo), coinvolgendo tutte le filiere in un'ottica di integrazione retroattiva dal prodotto finale.
Gli impieghi attuali, sebbene molteplici, sono limitati dalla qualità degli assortimenti, spesso non idonei per usi pregiati. Le prime trasformazioni riscontrano difficoltà nel reperimento di legname con idonee caratteristiche dendrometriche e qualitative (diametri per travature, fusti per tranciatura/segagione). La disponibilità nazionale è ridotta (circa 10% della biomassa), e il materiale presenta spesso difetti (cipollatura, nodi), lunghezze/diametri non ottimali, penalizzando la competitività e favorendone l'importazione. La carpenteria strutturale, in adeguamento normativo, tollera difetti per elementi rustici (Uso Fiume/Trieste), ma ha criticità su diametri/lunghezze. Il legno massiccio subisce forte concorrenza dal lamellare, relegandolo a nicchie, nonostante i progressi tecnologici. Il legno di castagno ha potenziale negli imballaggi industriali per merci pesanti (molto resistente ad attacchi da parte di agenti patogeni), ma è limitato dal dilavamento dei tannini. Il tondame non idoneo a segati trova impiego nell'ingegneria naturalistica. La paleria, che necessita di conformazioni e diametri specifici, è valorizzabile tramite pali torniti da parte dei consorzi (in agricoltura e/o per tutela paesaggistica). Impieghi a basso valore: legna da ardere, estrazione tannino (legno maturo >10cm). Il prodotto cippato (uso energetico), consolidato ma sensibile al prezzo, può indurre ad una raccolta non selettiva che riduce i costi al minimo. Le applicazioni alternative sfruttano durabilità naturale del legno di castagno (classe d'uso 4) e estetica per opere minori (es. staccionate, rivestimenti, arredi esterni) e nuove tipologie (recinzioni a listelli, scandole).
La ricerca scientifico/tecnologica ha portato il prodotto finale alla possibilità di marcatura CE, consentendone anche la classificazione automatizzata, all’assemblaggio di elementi incollati (prefiniti in lamellare) e ad ottenere anche paleria per fondazioni.
Tra le prospettive future: OSB da castagno (anche cipollato, diametri maggiori) per lunga durata e possibilità di sequestro CO2, catena di produzione complementare a tannino o cippato per uso energetico; compensato di castagno che però richiede tondame di ottima qualità. La "chimica verde" è complessa per investimenti e competitività. La diversificazione del prodotto è cruciale: selezione in segheria, destinazioni finali articolate (es. cipollatura accettata per carpenteria, paleria, ingegneria naturalistica se continuità fibratura non critica).
Legno termo-trattato: maggiore stabilità dimensionale senza aggiunta di preservanti chimici, potenziale ampliamento di impieghi.
Infine, la formazione e la promozione sono essenziali per superare la scarsa cultura tecnologica del legno di castagno tra progettisti e valorizzarne le potenzialità. Si suggeriscono portali informativi e visite dimostrative.

La selvicoltura del castagno, un tempo centrale nell’economia montana italiana, oggi affronta un bivio tra grandi potenzialità produttive e ambientali e ostacoli tecnici, normativi e sociali. In Svizzera, esperienze positive dimostrano che una gestione moderna, con diradamenti precoci e senza rilascio di matricine, può produrre legno di alta qualità già a 25-35 anni, rendendo gli interventi economicamente sostenibili. Inoltre, i cedui gestiti mostrano maggiore resilienza alla siccità rispetto agli esemplari invecchiati, evidenziando il ruolo del castagno nella mitigazione climatica.
In Italia, invece, la gestione è frenata da boschi troppo vecchi, legno non commerciabile, da scarsa conoscenza sull’origine artificiale dei castagneti (monocoltura mantenuta tale dal governo a ceduo), frammentazione fondiaria e difficoltà burocratiche per l’adeguamento delle infrastrutture forestali. La scarsità di personale qualificato e la stagionalità del lavoro aggravano la situazione. I professionisti denunciano come la burocrazia assorba tempo e risorse sottraendole alla realizzazione di interventi colturali mirati. In sostanza la disponibilità delle imprese e dei proprietari a pagare viene completamente assorbita dalle procedure burocratiche da espletare. Anche la valorizzazione del legno di maggior pregio è limitata dalla modesta conoscenza del mercato e dalla discontinuità nelle forniture.
Il caso dell’Amiata Senese mostra come vincoli ambientali possano impedire la gestione attiva, portando alla perdita dei castagneti da legno a causa dell’istituzione di un’area protetta che comprende anche superfici precedentemente produttive. Tuttavia, esperienze locali dimostrano che, con il giusto supporto tecnico e comunicativo, è possibile superare le resistenze culturali e adottare pratiche innovative.
Vi è la necessità di comunicazione tra attori del settore, partecipazione al dibattito politico per normative più flessibili, investimenti in formazione, conoscenza del mercato dei vari assortimenti e una visione condivisa.

A livello regionale, si osserva l’esistenza di filiere del legno di castagno già consolidate, in particolare nella produzione di travature per il restauro edilizio e per l’impiego strutturale (come in alcuni casi nel Lazio), o di paleria per la viticoltura o l’ingegneria naturalistica (come in Calabria o in Toscana). Parallelamente, si evidenzia un potenziale significativo per l’attivazione di nuove filiere orientate alla bioedilizia, agli arredi, agli infissi e alla produzione di semilavorati come tavole e listelli (alcuni esempi in Veneto). Per rispondere a queste esigenze, è fondamentale migliorare la qualità del materiale attraverso cure colturali mirate e l’adozione di sistemi selvicolturali coerenti con gli assortimenti richiesti. Rimane inoltre da esplorare il contributo della selezione genetica, tramite cloni, per l’ottimizzazione delle caratteristiche tecnologiche del legno.
Una delle principali criticità strutturali è la frammentazione fondiaria, con una prevalenza di proprietà private inferiori ai 3 ettari, che ostacola la gestione forestale attiva. In questo contesto, si rende necessario promuovere strumenti di aggregazione e associazionismo, prendendo esempio da modelli virtuosi già attivi (in Veneto e in larga scala dalle cooperative forestali francesi, che hanno come naturale evoluzione la certificazione della gestione sostenibile e la successiva tracciabilità lungo la filiera).
La filiera del tannino, in forte espansione, rappresenta un’opportunità complementare alla valorizzazione del legno di qualità. Essa si integra con l’utilizzo energetico del residuo di lavorazione, ad esempio per la produzione di pellet certificato. Tuttavia, persistono criticità legate alla frammentazione delle proprietà, alla carenza di manodopera qualificata e al difficile ricambio generazionale, aggravate da regolamenti forestali incoerenti che ostacolano la meccanizzazione dei processi operativi in campo. A tal scopo è importante la costituzione di consorzi o gruppi di produttori, sull’esempio delle certificazioni di gruppo proposi dai sistemi PEFC o FSC.
Infine, il ruolo delle istituzioni regionali è cruciale per definire strategie forestali efficaci, promuovere la certificazione di origine, di tracciabilità e di qualità, incentivare l’aggregazione e sostenere finanziariamente la gestione attiva. È essenziale rafforzare il coordinamento tra gli enti competenti in materia e la comunicazione verso i cittadini, soprattutto per migliorare la percezione nella comunità della validità del governo a ceduo del castagno.

Nei due giorni di workshop molto interessanti e dibattuti sono emerse, in estrema sintesi, molte delle tematiche che erano state evidenziate nel Piano di settore castanicolo 2022-2027, che comprendeva anche il castagno da legno oltre alla parte riguardante il castagno da frutto, documento per il quale è stata espressa l'Intesa in sede di Conferenza Stato-Regioni il 28 settembre 2022, da cui erano scaturite per il Governo una serie di specifiche richieste ai fini del miglioramento del Piano stesso. Purtroppo il Piano di settore non è mai stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Alcune delle importanti tematiche discusse sono state l’assenza di politiche per la valorizzazione dell’impiego del legno di castagno su scala locale che favorisce i prodotti di importazione, attenuando il contributo che queste formazioni forestali potrebbero dare sul piano ambientale, socio-economico e culturale; l’eccessiva frammentazione fondiaria che impedisce l’attivazione di una gestione capace di valorizzare al meglio le potenzialità produttive e le possibilità di impiego del legname; la carenza di informazioni relative sia alla struttura delle aziende castanicole che alla loro potenzialità produttiva in termini di massa legnosa e della sua qualità (per l’influenza che tale indicazione comporta ai fini delle possibilità di assortimenti vari); la crescente competizione dell’uso della biomassa per fini energetici che rende difficoltosa la realizzazione e organizzazione di nuove filiere produttive; le filiere forestali del castagno che nell’insieme non sono molto efficienti ed organizzate soprattutto se confrontate con quelle di altre specie, ciò in parte può essere dovuto alla carenza di infrastrutture; la carenza di forme associative, siano esse formali e/o informali, finalizzate a valorizzare le produzioni del castagno nonché ad interloquire con le istituzioni sulle problematiche di settore e ad incrementare la possibilità acquisto di strutture o attrezzature comuni per la trasformazione del legno e la sua logistica.
Ciò detto dalle relazioni è emersa l’opportunità di rilanciare la coltivazione dei castagneti come misura strategica per la tutela ambientale e la ripresa dell’economia montana, per frenare lo spopolamento di molte aree interne con azioni che vanno dal recupero produttivo e paesaggistico dei vecchi castagneti da frutto all’impianto di nuovi castagneti razionali, al miglioramento dei boschi di castagno per destinarli a produzioni legnose pregiate, all’innovazione soprattutto per quanto riguarda la realizzazione di prodotti derivati sia dal frutto che dal legno. Da non trascurare, poi, l’indotto che ne potrà derivare sia come incremento del turismo. Il castagneto è un sistema delicato in cerca di equilibrio e costituisce un sistema agricolo-forestale complesso e delicato in cui natura e uomo debbono ricercare i giusti equilibri per salvaguardare da un lato gli aspetti più propriamente naturalistici, dall’altro poter offrire produzioni e servizi tali da rendere economicamente sostenibile la presenza di imprese agricole e forestali capaci di reggere il confronto con i moderni mercati.
In quest’ottica bisogna coordinare al meglio le iniziative operative emerse dal dibattito e quindi la Direzione Generale dell’economia montana e foreste proporrà l’istituzione di un Gruppo di lavoro sulla castanicoltura da legno nell’ambito del Tavolo di filiera di legno che identifichi strategie concrete, sostenibili e replicabili per la gestione e la valorizzazione della filiera sul territorio nazionale.

Al termine di due giornate intense, ricche di vivaci dibattiti, non è semplice tirare le conclusioni. Volendo sintetizzare, posso ricordare la condivisa affermazione che la grande diffusione dei castagneti in Italia, del tutto artificiale e nei secoli forzata dall’uomo ben oltre il suo areale naturale, è figlia del mondo agricolo che ben ne conosceva la grande plasticità, la sua prolungata e forte facoltà pollonifera, la possibilità di utilizzi infiniti di ogni sua porzione, dalle foglie ai frutti, ai rami, al tronco, la relativa facilità di allevamento, le preziose e rapide produzioni nei terreni migliori, purché si assicurassero le cure colturali, le potature di allevamento, gli innesti, le ceduazioni ripetute con periodicità variabile a seconda dell’utilizzo prevalente. Il castagno ed il maiale hanno sostenuto famiglie intere nelle campagne italiane per lunghi periodi. L'abbandono della collina e della mezza montagna, insieme ad una serie di disturbi cui il castagno è stato in grado di reagire, hanno concorso all'abbandono dei castagneti da legno e della loro cultura, rendendo sempre meno conosciuto e condiviso quel “saper fare rurale” che vedeva nel castagneto una delle sue espressioni più alte e consentiva di disegnare il paesaggio del castagno, così ben noto ed amato da tante popolazioni prealpine ed appenniniche.
Abbiamo evidenziato con chiarezza molti dei problemi che affliggono i boschi di castagno e le relative produzioni. La maggior parte di questi sono comuni agli altri tipi di boschi italiani, cui si aggiungono alcuni suoi propri. L'abbandono colturale e culturale, la frammentazione e la polverizzazione fondiarie, le fitopatie e i danni da selvatici, gli effetti del cambiamento climatico, la manodopera carente e non qualificata, la scarsa qualità del legno cresciuto in boschi senza cure culturali, la concorrenza con legname estero, la necessità di promuovere la domanda e concentrare l'offerta sono tutti temi che accomunano la filiera forestale in quasi tutti i boschi italiani, soprattutto quando gestiti a ceduo. Ma il castagno ha problemi suoi propri, che si accrescono quando, in particolare, ci si ostina a proporre l'allungamento dei turni, quando si impone la matricinatura intensiva non ricordando si tratti di una specie eliofila, quando si propone la conversione come regola generale, anche e soprattutto nelle aree ricadenti nella rete Natura 2000, dimenticando la prolungata capacità pollonifera e non adeguatamente valutando il ruolo del suolo o si disconosce la bellezza del suo legno e la sua durabilità, facendo torto a monumenti come l’Eglise di Mont st. Michel e la Reggia di Caserta. Si tratta spesso di indicazioni per pratiche culturali suggerite o imposte senza tenere conto delle caratteristiche della specie e dei luoghi dove esse stata introdotta, spesso in terreni poveri, poco adatti al carattere ed alle potenzialità della specie, che si esprimono al meglio, ad esempio, nei fertili terreni vulcanici dell’Appennino.
Abbiamo per contro ascoltato relazioni di ottime esperienze locali, dall’associazionismo fondiario ad alcuni accordi di foresta per produzione tipiche del legno di castagno (da botti vinarie al tannino naturale, dai pali per vigne a nuovi tipi di capriate), da positive esperienze di edifici in legno a chilometro zero fino ai piccoli lotti di legna da ardere ottenuti da ripuliture post incendio andati a ruba, una volta collocati franco strada. C’è dunque molto di positivo, localmente, ma le singole pregevolissime esperienze faticano ad essere conosciute altrove per fare da volano ad altrettante nuove esperienze locali e manca lo stimolo da organizzare una filiera a partire dai terreni migliori, quelli in cui il castagno mostra tutto il suo vigore ed esprime al meglio le sue potenzialità. Sono questi i luoghi da dove opportuno ripartire per proporre una rinnovata selvicoltura dedicata al castagno, consentita da norme regionali specifiche, come hanno già sperimentato, ad esempio, le Leggi regionali di Piemonte e Veneto attualmente in vigore. Vi sono pregevoli esperienze di ricerca e sperimentazione in corso, anche di varietà pregiate da legno, che potrebbero suggerire la creazione di arboreti da reddito, anche con innesti su ceppaie antiche. Le prospettive ci sono, quindi. Il motto “organizziamoci” è forse la migliore sintesi della giornata. La notizia del riavvio presso il tavolo di filiera legno di un gruppo di lavoro dedicato al castagno da legno, annunciata dalla Direzione generale economia montana e foreste del MASAF, è benemerita; si tratta di un’opportunità importante da cogliere per dare il giusto slancio alle iniziative meritorie illustrate in questi giorni. Il Cluster Italia Foresta Legno si impegnerà certamente, come è nel suo mandato, per collegare ricerca, impresa, territori al servizio di un progetto così importante, condiviso e foriero di ottime prospettive.
Autori:
Maria Chiara Manetti, CREA FL Arezzo
Enrico Marcolin, TESAF Università degli Studi di Padova
Antonio Brunori, PEFC Italia
Marco Conedera, Istituto Federale di Ricerca per la Foresta, la Neve e il Paesaggio (WSL)
Alberto Manzo, DiFor - MASAF
Paolo Mori, Compagnia delle Foreste
Mario Pividori, TESAF Università degli Studi di Padova
Raoul Romano, CREA PB Roma
Alessandra Stefani, Cluster Italia Foresta Legno
Roberto Zanuttini, DiSAFA Università degli Studi di Torino
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