di Paolo Mori
Un nuovo strumento normativo promette di dare valore economico e ambientale alla gestione sostenibile dei boschi italiani.
Con la firma del decreto interministeriale tra il Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste (Masaf) e il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (Mase), prende vita il Registro nazionale dei crediti di carbonio volontari, un provvedimento che punta a mettere in relazione le imprese non forestali interessate a compensare le proprie emissioni con i proprietari e gestori di aree boschive capaci di immagazzinare carbonio attraverso pratiche di gestione sostenibile.
Secondo quanto dichiarato dal Ministro Francesco Lollobrigida, il registro rappresenta “uno strumento essenziale per dare nuova linfa alla gestione delle aree boschive italiane mettendo insieme le energie dei privati con l’interesse pubblico”.
Il decreto, cofirmato dal Ministro Gilberto Pichetto Fratin (MASE), introduce un quadro normativo che mira a contrastare il greenwashing e a certificare i progetti di sequestro di carbonio in modo trasparente.
Il comunicato stampa del MASAF anticipa che le linee guida approvate definiscono i requisiti per l’iscrizione dei crediti nel registro, che sarà gestito dal CREA (Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria).
Ogni credito di carbonio corrisponderà a una determinata quantità di CO₂ sottratta all’atmosfera grazie a interventi forestali certificati e controllati da enti terzi accreditati, secondo modalità analoghe a quelle già in vigore per le DOP, le IGP e la produzione biologica.
Sempre nel Comunicato Stampa si anticipa che per essere ammissibile, un progetto dovrà:
L’obiettivo dichiarato del nuovo strumento è duplice: da un lato, premiare economicamente i proprietari e i gestori forestali che adottano pratiche sostenibili e di lungo periodo; dall’altro, offrire alle imprese non forestali una possibilità concreta di contribuire alla lotta al cambiamento climatico investendo in progetti verificabili sul territorio italiano.
L’istituzione di un registro nazionale dei crediti di carbonio volontari era da tempo attesa dal settore forestale. Basti pensare che le prime proposte per la creazione di un registro e l’adozione di linee guida per la commercializzazione di crediti di carbonio volontari, in Italia, risale almeno al 2009, a seguito di un lavoro dell’allora INEA (Oggi confluita nel CREA) e con il contributo di Compagnia delle Foreste. Proposte poi rinnovate nel 2011 con uno specifico dossier di Sherwood (n. 175 che gli abbonati possono consultare nell’archivio digitale).
Molti operatori, sia pubblici che privati, auspicavano quindi da anni una cornice normativa che consentisse di valorizzare in modo trasparente i servizi ecosistemici offerti dai boschi, in particolare quello di assorbimento della CO₂.
Il decreto, promosso anche su iniziativa legislativa del presidente della Commissione Agricoltura del Senato, Luca De Carlo, rappresenta quindi un importante passo avanti. Tuttavia, prima di valutarne pienamente le opportunità e le eventuali criticità, sarà necessario attendere la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, momento in cui potranno essere esaminate nel dettaglio le modalità operative, i meccanismi di verifica, i costi di certificazione e le forme di partecipazione per i diversi soggetti forestali.
Per il mondo forestale italiano, la prospettiva è potenzialmente rilevante: il nostro Paese dispone di oltre 11 milioni di ettari di boschi, molti dei quali potrebbero essere interessati da progetti di gestione che, oltre a migliorare la resilienza degli ecosistemi, potrebbero generare anche un’integrazione finanziaria di un certo rilievo.
Se il registro saprà garantire trasparenza, affidabilità e una reale valorizzazione dei benefici ambientali prodotti, potrà diventare uno strumento concreto per la gestione attiva, la tutela del territorio e lo sviluppo sostenibile delle comunità forestali. Quando uscirà il documento in Gazzetta Ufficiale sarà possibile capire se il limite dei 20 anni è adeguato a coprire progetti effettivamente cantierabili e se l’anticipo di 5 anni potrà essere sopportabile a fronte dei benefici attesi.
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