Lo scorso ottobre, a Firenze e Vallombrosa, il CUFA (Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dell’Arma dei Carabinieri) ha organizzato la Conferenza Internazionale dal titolo: “Foreste Vetuste e Antichi Alberi Un Tesoro di Natura, Vita e Cultura”. A questo convegno ha partecipato un pubblico molto ampio e differenziato, tra cui anche un Operatore forestale professionale e Istruttore, Aldo Speroni (laureato in Scienze forestali), che ci ha inviato un resoconto fatto di riflessioni e proposte operative. Lo pubblichiamo in questo spazio “Commenti & Proposte”, rimanendo ovviamente disponibili a dare spazio anche ad eventuali risposte e ulteriori riflessioni relative a quanto scritto.
Non su tutto siamo d’accordo con l’Autore, ma ne apprezziamo enormemente lo spirito, che lo ha portato prima a partecipare alla Conferenza e poi alla volontà di condividere queste considerazioni.
Commenti & Proposte è uno spazio libero che ospita considerazioni e idee inviate alla Redazione. I testi qui pubblicati non sono sottoposti a lettura di Referee e non rispecchiano necessariamente la posizione della Redazione o del Consiglio Editoriale di Sherwood.
di Aldo Speroni
Il sogno di ogni selvicoltore appassionato del proprio mestiere è quello di riuscire ad imitare così bene la natura da fare interventi, oltre che utili all’uomo, utili o quantomeno neutri rispetto alle dinamiche del bosco, o meglio che vadano nella direzione naturale del suo sviluppo, in modo da poterlo consegnare il più sano e integro possibile alle generazioni future. In quest’ottica, ma non solo, il convegno “Foreste Vetuste e Antichi Alberi Un Tesoro di Natura, Vita e Cultura” è stato per me illuminante, confermando alcune mie idee, maturate sul campo, che qui vorrei condividere, aggiungendo spunti di riflessione e domande operative che potranno forse contribuire ad ampliare il discorso e a renderlo operativo.
L’applicazione di questo concetto giusto, di “imitare la natura”, va calato nei diversi contesti con attenzione, per non creare confusione a chi controlla ed a chi progetta, autorizza ed esegue i lavori. Come ho avuto modo di esprimere di persona al Generale Raffaele Manicone, chi lavora sul campo non ha sempre la fortuna di parlare con un Generale, che è in grado di apprezzare le “complesse” valutazioni e scelte fatte da professionisti del bosco di alto livello; spesso si ha a che fare con personale meno formato, che ha bisogno di punti chiari su cui basare contestazioni e verbali. In questi casi il tentativo non è quello di semplificare, ma almeno di chiarire le “zone sfumate”, perché situazioni poco chiare o confuse sono fortemente deleterie per i professionisti del bosco e per la qualità dei lavori e favoriscono solo l’illegalità e la bassa competenza.
Immagino un funzionario o un addetto a controllare i lavori che, recependo malamente le esigenze di conservare meglio la biodiversità, da domani volesse o credesse di poter applicare le “regole dei boschi vetusti” su tutti i boschi italiani… l’approccio che consiglio per fare chiarezza è comprendere la multifunzionalità del bosco in generale, ma dividere nettamente le tecniche gestionali e le operazioni vietate da sanzionare sulla base della funzione prevalente, scelta non solo dall’amministratore o dal gestore, ma in concerto e con l’aiuto di strumenti diagnostici forniti dalle Università.
Mi piacerebbe stimolare un dibattito su questo tema.

Il bosco vetusto dovrà essere gestito come una riserva in cui non sono previsti interventi selvicolturali, verrà quindi lasciato all’evoluzione naturale. In questo modo sarà un patrimonio per l’umanità ricchissimo in biodiversità, sia animale che vegetale, uno scrigno anche specie rare o a rischio estinzione, un tempio spirituale, religioso e al tempo stesso anche scientifico, sia per biologi, entomologi e botanici, ma anche per i selvicoltori che potranno capire meglio le dinamiche naturali. In questo bosco potremo osservare come si comporta la natura senza il disturbo dell’uomo ed abbandonare la visione antropocentrica del creato. Tuttavia, questo tipo di gestione non si presta per nulla alla fruizione turistico-ricreativa e, oltre a non creare boschi “belli” agli occhi di molti, potrà generare anche luoghi pericolosi per i fruitori non preparati. Per motivi di sicurezza, sia del bosco, sia dei visitatori, i boschi vetusti dovranno essere visitati quasi solo da ricercatori o comunque da persone adulte, molto ben informate e formate su rischi e pericoli, per sé e per gli equilibri dell’ecosistema.
Fuori dai boschi vetusti, però, non bisogna dimenticare che abbiamo dei centri abitati e molti esseri umani che hanno fondato la propria società anche sui rapporti col bosco e col legno. Se è vero che il bosco non ha bisogno di noi è altrettanto vero che noi ne abbiamo bisogno, eccome! Per questo motivo, fuori dai boschi vetusti, dobbiamo tornare ad una visione più antropocentrica, che tenga conto anche della sicurezza e delle esigenze dell’uomo. Un esempio sono i “Boschi monumentali”, la cui bellezza e importanza culturale (e turistica) dovrà spesso essere valorizzata attraverso le tecniche tradizionali che li hanno portati a raggiungere questo status. Inoltre, in questi boschi dovranno essere previsti interventi per renderne idonea la fruizione a turisti, scolaresche o comunque gruppi di persone poco o niente formati e informati dei pericoli dell’ambiente boschivo.
Un altro esempio sono i boschi di protezione. Fra le tante esigenze dell’uomo nei confronti del bosco, come sappiamo, vi è quella della funzione protettiva. E nessun bosco definito con funzione prevalente protettiva può assomigliare ad un bosco vetusto, per ovvi motivi.
In qualche momento del convegno ho avuto l’impressione che alcuni relatori, soprattutto stranieri, forse nauseati dagli eccessivi prelievi nel proprio Paese e dall’industrializzazione delle operazioni forestali, considerassero che il legno non sia più la priorità in nessun tipo di bosco. Come tutti sappiano, ma mi preme ricordarlo, in Italia siamo in una situazione assai diversa, in cui si tagliano percentuali basse dell’incremento annuo. Vorrei ricordare a tutti che gli stupendi boschi che abbiamo ereditato dai monaci e dagli altri storici gestori italiani sono arrivati a noi così perché nel passato è stato tagliato e piantato molto. Il solo “conservare” non permetterà alle generazioni future di vedere e vivere i boschi che abbiamo visto e vissuto noi.
Fatta questa premessa, sono certo che nessuno dei presenti al convegno volesse eliminare la filiera foresta-legno italiana e tutte le stupende e sostenibili valenze del prodotto legnoso locale. Per questo motivo è sensato parlare anche di boschi a cui assegnare come funzione, prevalente o accessoria, quella della produzione legnosa.
Alcune riflessioni in base a varie tipologie di boschi e forme di governo:
Un altro tabù che vorrei sfidare è l’avversione verso le macchine forestali, spesso fondata solo su prese di posizioni ideologiche.
Le macchine forestali (teleferiche, skidder, harvester, forwarder, escavatori da piazzale con processori) hanno diversi vantaggi legati alla sicurezza e all’impatto sul suolo: cingoli larghi e pattini montati sui boogie del forwarder aumentano moltissimo il galleggiamento rispetto ai normali trattori agricoli (riducendo l’impatto sul suolo) e spesso non richiedono movimento terra per l’apertura di piste, perché sono studiati apposta per muoversi in terreni sconnessi. Tuttavia, ci sono molte persone del settore - funzionari, carabinieri, tecnici e persino universitari - fortemente critici verso queste macchine per i loro impatti al suolo. Io e molti altri sosteniamo che il rimescolamento del terreno sia uno dei fattori principali per l’attecchimento del seme e la buona rinnovazione forestale in molti boschi. E questo è stato per me confermato da alcuni interventi nel convegno. Non fraintendetemi, non voglio difendere incuranza e movimenti terra ingiustificati nei boschi, ma nemmeno criminalizzare chi, pur usando attenzione e mezzi adatti a ridurre l’impatto, crea solchi inevitabili dovuti alle lavorazioni. Nei luoghi più segnati, alla fine dei lavori, una veloce lisciatura potrà annullare gli effetti visivi negativi, ben sapendo che in quel punto il bosco ripartirà lo stesso bene e, forse, anche meglio che in altre zone.
Nella profonda convinzione che l’obiettivo comune sia il medesimo (la conservazione della natura, lo sviluppo di buone pratiche sostenibili e non dannose per l’ambiente) è necessario che ciascuna delle parti, che ha un punto di vista specifico e di conseguenza parziale, si sforzi di guardare, ascoltare e capire i punti di vista degli altri attori e professionisti del settore. Il successo della conservazione di un patrimonio e soprattutto la creazione di una (per ora solo utopica) buona simbiosi uomo-natura, passa attraverso questo punto fondamentale. I nemici principali sono il pregiudizio e le posizioni ideologiche: per questo, da operatore, ho partecipato con interesse al convegno organizzato dai Carabinieri forestali.
Vorrei pertanto concludere con tre appelli.
Il primo al mondo universitario Italiano: collaborate fra Università per dare un messaggio univoco alla politica, al legislatore e al pianificatore. Per esempio, riguardo alle foreste vetuste, ho visto diversi modelli elaborati dai diversi atenei, tutti molto interessanti, ma al momento non del tutto connessi fra di loro. Nominate un capofila e producete un documento operativo e in qualche modo chiaro (non vorrei dire semplice, vista la complessità dell’argomento, ma se lo fosse sarebbe meglio) da utilizzare per il pianificatore e il legislatore. Se possibile sviluppate modelli diagnostici ugualmente chiari e con valenza almeno nazionale anche per la vocazione della funzione prevalente delle altre foreste (monumentali, di protezione, produttive).
Il secondo al vertice dei Carabinieri forestali, che ho piacevolmente scoperto così interessati e attivi sul tema: in mancanza di una chiara indicazione nazionale, ci si barcamena tra le mille sfumature delle incomplete leggi regionali che vengono spesso interpretate da ditte, funzionari e addetti al controllo in maniera a volte non compatibile e spesso conflittuale fra i vari attori. La mia proposta è quella di sviluppare linee guida nazionali coerenti e chiare per individuare facilmente i confini delle funzioni principali dei diversi boschi (anche in concerto con Università e professionisti) e, in base a queste, calibrare norme, progetti e controlli. Su questo tema i nuovi “Piani Forestali di Indirizzo Territoriale” previsti dal TUFF potrebbero aiutare, ma come stanno per essere redatti nelle varie Regioni?
Il terzo appello è per i funzionari e tecnici delle Regioni: in attesa di piani o linee guida, è fondamentale che i funzionari Regionali facciano lo sforzo di capire cosa sta succedendo sui territori e come bisogna operare per non creare danni. Se l’assegnazione dei boschi vetusti verrà fatta con la stessa cura con cui è stata fatta, in alcune Regioni, quella delle zone SIC e ZPS, sarà un vero disastro. Ho già sentito dire da alcune persone poco informate in materia (ma con potere decisionale) che da adesso tutti i boschi con più di 60 anni dovranno essere considerati vetusti… per cui non sarà più possibile parlare di fine turno. Più che un appello, questa diventa allora una preghiera, dato che siete un anello fondamentale della filiera e potete danneggiare o potenziare enormemente il settore forestale delle vostre Regioni.
La salvaguardia della biodiversità, la sicurezza idrogeologica, i vantaggi ecologici e socioeconomici delle filiere locali, il presidio dei territori montani, la poesia e la bellezza del nostro paesaggio: tutto passa attraverso i nostri boschi e dalle scelte gestionali che su di essi ricadono. Prendiamo queste decisioni con cura, valutando la questione sotto tutti i punti di vista.
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