di Giacomo Mei, Alessandra Stefani, Raoul Romano
L’aspetto della gestione del ceduo nei siti della rete Natura 2000 è spesso interpretato in maniera eccessivamente semplicistica. Da un lato persiste l’idea che, nei siti tutelati, la gestione non debba prevedere il taglio; dall’altro, non è raro riscontrare l’atteggiamento opposto, secondo cui la gestione può proseguire senza adattamenti specifici agli obiettivi di conservazione sito-specifici. Entrambe le posizioni tradiscono una lettura parziale, se non distorta, del quadro normativo e, soprattutto, una scarsa comprensione del funzionamento ecologico di questi sistemi. In realtà, né la normativa europea né quella nazionale vietano la realizzazione di interventi di gestione forestale nei siti rete Natura 2000; al contrario, riconoscono nella gestione uno strumento indispensabile per il perseguimento degli obiettivi di mantenimento dello stato di conservazione di habitat e specie, prevedendo che ogni intervento sia opportunamente calibrato in funzione delle specifiche esigenze del sito.
Le disposizioni della Direttiva Habitat 92/43/CEE e della Direttiva Uccelli 2009/147/CE costituiscono il fondamento della rete natura 2000. Non si tratta di norme che introducono divieti specifici o generalizzati, ma di strumenti che orientano le scelte gestionali per garantire il mantenimento dello stato di conservazione degli habitat e delle specie, imponendo una valutazione degli effetti degli interventi sul sistema ecologico. Il punto centrale è che ogni attività di gestione deve essere valutata in funzione dei suoi impatti, evitando incidenze negative significative sugli habitat e sulle specie per cui il sito è stato designato.
Le direttive UE sono state recepite in Italia, attraverso il D.P.R. 357/1997 e le sue successive modifiche, che ha tradotto questo principio in una procedura concreta, introducendo la valutazione di incidenza. È questo il passaggio che spesso genera incertezza tra i gestori. Non introduce un divieto, ma richiede di dimostrare che un intervento non produca effetti negativi significativi. La gestione del ceduo è quindi, in linea generale, consentita, ma la sua realizzazione degli interventi di taglio dipende dal contesto ecologico, dalle caratteristiche dell’intervento e soprattutto dagli obiettivi di conservazione che si intende perseguire.
A determinare cosa si può fare in concreto sono le misure di conservazione e, dove presenti, i piani di gestione dei siti Natura 2000. In questi documenti si definiscono le condizioni operative della gestione, le limitazioni e le azioni necessarie a garantire il mantenimento dello stato degli habitat e delle specie. Nel caso dei cedui, le indicazioni devono essere sito-specifiche e possono riguardare la durata dei turni, il mantenimento di elementi strutturali, la tutela di microhabitat o la limitazione degli interventi in determinati periodi. Non esiste quindi una regola valida ovunque, ma una regolazione costruita sulla specificità dei singoli sistemi.
Un punto spesso trascurato è che la normativa non tutela l’assenza di gestione, ma lo stato di conservazione. Nei boschi cedui questo aspetto è particolarmente rilevante. La gestione è un’assunzione di responsabilità rispetto a obiettivi definiti e verificabili; al contrario, l’abbandono, pur se spesso paventato come opzione conservativa, quasi mai si accompagna a un’analoga esplicitazione degli obiettivi né a una chiara assunzione di responsabilità sugli esiti, tanto da apparire molto spesso, alla luce dei fatti, non una forma di gestione bensì di disinteresse. Molti habitat forestali inclusi nella rete Natura 2000 sono il risultato di una lunga interazione tra pratiche selvicolturali e dinamiche naturali. Il ceduo è una delle forme di gestione del bosco che ha contribuito a costruire strutture e condizioni ecologiche specifiche, mosaici dinamici, equilibri ecologici e paesaggi stabili. In questo contesto, l’abbandono colturale e la scelta gestionale di conversione ad alto fusto dei cedui non rappresentano necessariamente la soluzione più efficace per la conservazione dello stato degli habitat, delle specie e del paesaggio. Possono al contrario determinare una chiusura della copertura forestale, la semplificazione strutturale e la conseguente perdita di biodiversità associata a condizioni di discontinuità.
Il tema centrale non è quindi la compatibilità del ceduo nei siti della Rete Natura 2000, ma la qualità della gestione in relazione agli obiettivi di mantenimento e conservazione degli habitat. Un intervento può risultare coerente con gli obiettivi di conservazione se mantiene o migliora le condizioni ecologiche del sistema, mentre può risultare critico se altera habitat o specie tutelate. Per il gestore forestale questo implica un cambio di prospettiva. Non è sufficiente applicare schemi standard, né è corretto rinunciare a intervenire per timore dei vincoli. È necessario leggere il contesto, conoscere le prescrizioni del sito e comprendere le implicazioni ecologiche delle proprie scelte.
Operare in un ceduo all’interno di un sito della Rete Natura 2000 richiede alcuni passaggi fondamentali. È necessario per poter definire e quantificare gli interventi più idonei, comprendere l’obiettivo che si vuole perseguire, valutare il livello del vincolo, le prescrizioni delle misure di conservazione, alla necessità della procedura di incidenza. Più che un ostacolo, questo processo rappresenta uno strumento per orientare la gestione. Consente di evitare interventi inadeguati e di valorizzare, quando possibile, il ruolo del ceduo nel mantenimento della diversità ecologica.
Per chi si trova a operare in un ceduo all’interno di un sito della Rete Natura 2000, il primo passaggio è verificare con precisione se l’area ricade nel perimetro di una ZSC o ZPS. Fatto questo e accertata la presenza del vincolo, è fondamentale distinguere tra pianificazione forestale e strumenti di conservazione: il riferimento principale non è il piano di gestione forestale, spesso assente per i cedui, ma quello del sito Natura 2000. Le indicazioni operative sono contenute nelle misure di conservazione sito-specifiche e, dove presenti, nel piano di gestione della ZSC o ZPS. In molti casi, tuttavia, i siti non dispongono di un piano di gestione del sito approvato: in queste situazioni valgono le misure di conservazione regionali o generali, che costituiscono comunque un riferimento cogente. Un passaggio spesso trascurato, ma decisivo, è la verifica dell’habitat forestale presente. Non è sufficiente sapere che si tratta di un ceduo: è necessario capire se il popolamento rientra in un habitat di interesse comunitario e quale sia il suo stato di conservazione. A questo scopo, risultano particolarmente utili i manuali e le linee guida elaborati da ISPRA, che permettono di inquadrare correttamente habitat e criteri di gestione. Proprio per la complessità di questo quadro, è fortemente consigliato, e in molti casi di fatto indispensabile, rivolgersi a un tecnico abilitato con competenze specifiche in gestione forestale. La presenza di vincoli Natura 2000 implica infatti valutazioni che non sono solo amministrative, ma anche ecologiche e selvicolturali. Un professionista esperto è in grado di interpretare correttamente le misure di conservazione, verificare l’inquadramento habitat, valutare la necessità della procedura di incidenza e impostare l’intervento di gestione in modo conforme ed efficace al perseguimento degli obiettivi stessi di conservazione, evitando errori che possono comportare blocchi operativi o sanzioni. Dal punto di vista amministrativo, l’interlocutore è generalmente la Regione o l’ente delegato, responsabile sia delle autorizzazioni forestali sia della valutazione di incidenza. In presenza di habitat o specie di interesse comunitario, o in caso di interventi che possano modificarne le condizioni, può essere necessario attivare la procedura di valutazione di incidenza, anche per operazioni che al di fuori di Natura 2000 sarebbero considerate ordinarie.
Figura 1. Schema operativo per interventi in Natura 2000. Il percorso decisionale prevede una verifica preliminare della localizzazione, il confronto con le misure di conservazione e, se necessario, l’attivazione della Valutazione di Incidenza (VIncA).
Le differenze tra regioni sono spesso marcate, sia nelle modalità applicative sia nelle soglie e nelle esclusioni previste. Per questo motivo, non è possibile applicare schemi generali in modo automatico: ogni intervento deve essere letto alla luce del quadro normativo locale. Il confronto preventivo con gli uffici competenti, affiancato al supporto di un tecnico qualificato, rappresenta quindi lo strumento più efficace per operare correttamente e in sicurezza, garantendo al tempo stesso il rispetto degli obiettivi di conservazione.
Per chi si trova a operare in Natura 2000 per la prima volta, l’errore più frequente è sottovalutare il vincolo oppure, al contrario, considerarlo un ostacolo insormontabile. In realtà, il punto di partenza è sempre acquisire consapevolezza del contesto, verificare il perimetro del sito e comprendere se sono presenti habitat di interesse comunitario. Affidarsi fin dall’inizio a un tecnico esperto consente di evitare errori e di impostare correttamente l’intervento, riducendo tempi e incertezze. Per chi invece opera in modo continuativo, come imprese forestali o operatori che lavorano stabilmente in aree vincolate, diventa strategico strutturare un approccio sistematico. Conoscere le differenze normative tra regioni, costruire un rapporto diretto con tecnici e uffici competenti e integrare competenze forestali qualificate nella propria organizzazione consente di programmare meglio i lavori e operare con maggiore continuità. In entrambi i casi, ciò che fa la differenza non è il livello di esperienza iniziale, ma la capacità di interpretare il vincolo Natura 2000 come una condizione che richiede maggiore attenzione, competenza e consapevolezza nella gestione.
La gestione del ceduo anche a fini produttivi, nei siti Natura 2000, non è né un’attività da escludere né una pratica neutra. È uno strumento che può contribuire alla conservazione oppure entrare in conflitto con essa, a seconda di come viene applicato. La domanda non è quindi se si possa o no “tagliare”, ma casomai come, comprendendo in quali condizioni la gestione riesca a sostenere quella complessità ecologica e storica che la rete Natura 2000 è chiamata a tutelare.
In ogni numero raccogliamo alcune tra le domande che vengono rivolte più spesso a tecnici, operatori, studenti e professionisti del settore forestale, offrendo risposte sintetiche ma solide dal punto di vista scientifico, accompagnate da due spunti bibliografici utili a riflettere e verificare.
No, non necessariamente. Anzi, in molti casi è vero il contrario.
Il paesaggio forestale italiano è il risultato di una lunga interazione tra attività umane e processi naturali, e quindi ha una forte componente culturale.
Il ceduo, in particolare, ha contribuito storicamente a creare strutture paesaggistiche aperte, mosaicate e diversificate. La tutela del paesaggio, secondo la Convenzione Europea del Paesaggio, non significa “congelare” il territorio o eliminare le pratiche tradizionali, ma riconoscere e mantenere i processi che lo hanno generato. Interventi che mirano semplicemente ad aumentare la copertura forestale per motivi estetici o a ridurre la discontinuità delle chiome possono quindi risultare incoerenti, perché rischiano di semplificare il paesaggio e perdere proprio quei caratteri storici e culturali che si intende tutelare. In questo senso, il ceduo non è un problema per il paesaggio: può essere invece uno degli elementi chiave per conservarne identità, diversità e funzionalità.
2 spunti per approfondire:
In ogni numero segnaliamo due contributi selezionati dalla letteratura scientifica, ritenuti particolarmente rilevanti per il settore forestale e selvicolturale. Per ciascuno proponiamo una breve sintesi e il link al testo completo.
Mairota P, Buckley P, Suchomel C, Heinsoo K, Verheyen K, Hédl R, Terzuolo PG, Sindaco R, Carpanelli A (2016) – iForest.
L’articolo esamina se, e in quale misura, la ceduazione possa ancora avere un ruolo nella gestione conservativa dei boschi inclusi nella rete Natura 2000. Gli autori partono da un dato fondamentale: l’abbandono del ceduo in Europa non dipende da ragioni esclusivamente ecologiche, ma soprattutto dal crollo dei mercati del legname minuto e della legna da ardere, dalla marginalizzazione delle aree rurali e montane e dai costi elevati degli interventi selvicolturali. Tuttavia, il quadro normativo europeo non esclude affatto la gestione attiva, anzi la Direttiva Habitat e i documenti di indirizzo della Commissione riconoscono che in molti casi i sistemi tradizionali come il ceduo possono contribuire al mantenimento o al ripristino di uno stato di conservazione favorevole. Lo studio si basa su un questionario rivolto a esperti coinvolti nella gestione dei siti Natura 2000 e su sei casi di studio in Belgio, Repubblica Ceca, Estonia, Germania, Italia e Regno Unito. L’obiettivo era capire come i diversi Paesi integrino o trascurino il ceduo nei piani di gestione dei siti, quali habitat forestali dell’Allegato I siano caratterizzati da capacità di rinnovazione agamica o da una pregressa gestione a ceduo e quale sia il loro stato di conservazione. Dall’analisi emerge che 53 dei 78 habitat forestali dell’Allegato I presentano caratteristiche ecologiche e fisiologiche compatibili con la gestione a ceduo, e che 32 di questi sono presenti nei Paesi esaminati; per 31 habitat il ceduo risulta essere stato, attualmente o in passato, una forma ordinaria di governo del bosco. Il dato più rilevante è che gli approcci gestionali risultano molto disomogenei. In numerosi siti Natura 2000 prevalgono oggi non intervento oppure conversione ad alto fusto, spesso assunti quasi automaticamente come soluzioni migliori per la biodiversità. Tuttavia, gli autori mostrano che questa impostazione è spesso poco argomentata e non sempre coerente con l’ecologia reale degli habitat. In molti piani di gestione il ceduo è citato solo come pratica storica, mentre raramente viene considerato come strumento attivo di conservazione. Le specie favorite dai mosaici strutturali del ceduo, dalle fasi giovanili del bosco o dalla maggiore eterogeneità spaziale sono in genere sottovalutate, mentre si privilegiano obiettivi generici come aumento del legno morto, chiusura della copertura o avvicinamento a strutture di “bosco maturo”. I casi di studio mostrano differenze molto nette. Nel Regno Unito i piani sono spesso più “visionari” che prescrittivi e tendono a puntare su interventi minimi; in Germania il ceduo compare solo in casi selezionati, spesso legati a esigenze faunistiche specifiche; in Umbria il ceduo è considerato compatibile con la conservazione, pur entro limiti tecnici precisi; in Puglia invece prevale una visione più restrittiva, che tende a scoraggiarlo; in Estonia domina nettamente il non intervento, salvo casi particolari. Nel complesso, la scelta gestionale dipende non solo dagli habitat presenti, ma anche dal contesto culturale, dalla tradizione forestale regionale, dal profilo professionale di chi redige i piani e dal peso degli aspetti socio-economici. La conclusione dell’articolo è netta: non esistono prove convincenti per sostenere che alto fusto o wilderness rappresentino sempre la soluzione ottimale per raggiungere lo stato di conservazione favorevole negli habitat forestali Natura 2000. Al contrario, numerosi studi indicano che il ceduo attivo, se applicato in modo mirato e compatibile con il contesto stazionale e paesaggistico, può aumentare la biodiversità a scala locale e di paesaggio, mantenendo quella diversità di fasi evolutive che spesso si perde con l’abbandono generalizzato. Gli autori propongono quindi una gestione equilibrata e differenziata, capace di combinare, a seconda dei casi, ceduo, alto fusto e non intervento, senza pregiudizi ideologici ma sulla base delle esigenze ecologiche dei singoli habitat e delle specie associate.
Per approfondire: Mairota P, Buckley P, Suchomel C, Heinsoo K, Verheyen K, Hédl R, Terzuolo PG, Sindaco R, Carpanelli A (2016). Integrating conservation objectives into forest management: coppice management and forest habitats in Natura 2000 sites. iForest 9: 560-568. - doi: 10.3832/ifor1867-009
Autori:
Giacomo Mei, Docente e ricercatore in botanica, ecologia forestale e selvicoltura, è coordinatore del Gruppo di Lavoro “Boschi Cedui” della SISEF. Si occupa di dinamiche della vegetazione, relazioni suolo–bosco e gestione dei sistemi forestali. Ideatore e curatore dello spazio editoriale "Ceduo 360°". Email:
Alessandra Stefani, Dirigente forestale, già Direttore generale delle foreste presso il MASAF, è attualmente Presidente del Cluster Nazionale Italia Foresta Legno. Si occupa di politiche forestali, pianificazione e sviluppo della filiera del legno.
Raoul Romano, Direttore Centro di ricerca Foresta e Legno del CREA. Si occupa di politiche forestali, pianificazione e sviluppo della filiera del legno, con particolare riferimento alla filiera del legno, ai servizi ecosistemici e allo sviluppo territoriale.
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