Benvenuti alla diciassettesima edizione di Pillole Forestali dal Mondo dove vedremo come semi, vivai e diversità forestale possano rafforzare le foreste del futuro, seguiremo l’avanzata degli incendi in Europa e Nord America, parleremo di certificazioni, legno tracciato e nuovi marchi di filiera, fino ad arrivare ai grandi investimenti in ripristino, agroforestazione e gestione forestale, dal Brasile alle Fiji.
Io sono Paolo Mori e qui in Redazione con me, a selezionare e commentare le notizie, ci sono Luigi Torreggiani, Andrea Barzagli, Silvia Bruschini e Luca Musio.
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Da dove arrivano le notizie di questa edizione (in verde quelle locali; in blu quelle internazionali)

Il 9 marzo 2026 l’Istituto Forestale Sloveno ha inaugurato a Lubiana il nuovo Centro per sementi, vivai e protezione forestale. La struttura dispone di oltre 2.500 m² destinati a ricerca, laboratori e servizi per lavorazione e conservazione dei semi, banca del germoplasma forestale, produzione vivaistica e monitoraggio di parassiti e patogeni. L’obiettivo dell’Istituto è rafforzare la disponibilità di materiale forestale di riproduzione geneticamente adeguato, sempre più importante per il ripristino delle foreste e per aumentare attecchimento e sopravvivenza delle piantine in scenari climatici sempre più difficili. Il centro è stato finanziato con il Piano sloveno per la ripresa e la resilienza e il Fondo per il cambiamento climatico.
Secondo il Governo Sloveno la resilienza delle foreste future dipenderà anche da semi, vivai, banche genetiche e diagnostica fitosanitaria che vanno considerate vere infrastrutture di adattamento climatico.

Una nuova analisi pubblicata su ArXiv, archivio online di preprint scientifici, ha indagato la relazione tra struttura forestale e severità degli incendi in Europa, utilizzando dati satellitari raccolti tra il 2001 e il 2024. Lo studio evidenzia che i contesti forestali più eterogenei, con maggiore diversità di specie e strutture differenti, tendono a subire incendi meno severi e a recuperare più rapidamente.
L’analisi ha integrato dati MODIS, immagini satellitari e indicatori di eterogeneità forestale, mostrando che mosaici forestali più complessi sono associati a minori superfici percorse da incendi ad alta intensità. Al contrario, semplificazione strutturale e abbandono gestionale possono aumentare la vulnerabilità agli eventi estremi.

Il terzo Regional FSC Stakeholder’s Meeting, svoltosi a Sarajevo dal 20 al 22 maggio 2026, ha confermato il ruolo crescente della certificazione FSC nell’area adriatico-balcanica.
I dati regionali mostrano una presenza ormai consolidata che ha portato ad avere 5,3 milioni di ettari di foreste certificate FSC, pari a circa il 3% del totale mondiale. I valori più rilevanti riguardano Croazia, Bosnia-Erzegovina e Serbia.
L’evento ha valorizzato anche i 25 anni di presenza FSC nell’area adriatico-balcanica, anniversario che nel 2026 riguarderà anche l’Italia. La celebrazione nazionale si svolgerà infatti il 14 ottobre a Firenze, nella Sala dei Cinquecento di Palazzo Vecchio.

Secondo JRC-EFFIS, cioè il Joint Research Centre della Commissione europea e lo European Forest Fire Information System, al 1° luglio 2026 nell’Unione europea erano già bruciati 118.737 ettari, con 962 incendi rilevati. Il dato è inferiore al 2025, anno record, ma resta superiore alla media 2006-2025. A inizio luglio la Commissione europea ha attivato il Meccanismo unionale di protezione civile, per sostenere Francia e Portogallo con aerei, squadre da terra e mezzi di altri Paesi membri. Forte l’impegno nello spegnimento, ma la prevenzione attiva rimane centrale: non basta solo spegnere, serve ridurre il combustibile e la vulnerabilità dei territori.

Il 6 luglio 2026 FOREST EUROPE ha pubblicato un policy brief, cioè un documento sintetico per i decisori, dedicato ai “green forest jobs”, i lavori verdi legati alla gestione e alla valorizzazione sostenibile delle foreste europee. Il documento sottolinea che il settore forestale dovrà diventare più attrattivo, sicuro e qualificato, puntando su riqualificazione professionale, aggiornamento dei percorsi formativi, competenze digitali, apprendimento permanente, pari opportunità e maggiore attenzione alla salute e sicurezza degli operatori. Il tema rientra nel programma della Presidenza svedese di Forest Europe 2025-2026, che collega lavoro forestale, bioeconomia circolare e cooperazione internazionale sulla formazione.
Secondo la Presidenza svedese di Forest Europe la transizione forestale non dipende solo da norme e tecnologie: senza persone formate, motivate e tutelate, la gestione attiva, l’adattamento climatico e la bioeconomia restano obiettivi fragili.
Diego Florian, Rappresentante FSC per i Balcani occidentali, segnala che nel novembre 2025, il Bollettino croato Hrvatske Šume ha presentato i primi risultati del progetto nazionale dedicato alla produzione di specie arboree forestali inoculate con funghi del genere Tuber. L’iniziativa combina ricerca scientifica, sostenibilità forestale e potenziale economico, puntando a sviluppare una metodologia croata autonoma per la coltivazione di alberi micorrizati e, nel tempo, per la produzione di tartufi in piantagione.
Tra il 2022 e il 2025 sono stati raccolti semi e spore nel distretto di Buzet, con 624 alberi messi a dimora nel 2024 su 1,5 ettari sperimentali. Le prospettive includono l’ampliamento delle piantagioni sperimentali, la definizione di protocolli di inoculazione, la formazione del personale e una seconda fase orientata alla produzione commerciale dei tartufi.
Senza dubbio, il progetto è ancora di dimensioni ridotte e in una fase iniziale, ma dichiara un’ambizione importante: produrre effetti sull’economia forestale coordinati e supportati a scala nazionale. Pur partendo con cautela, la Croazia punta a costruire una economia forestale organizzata che includa anche la produzione di tartufi come componente strutturale, una visione strategica che meriterebbe attenzione anche nel dibattito forestale italiano.


Nel maggio 2026 la California Wildfire and Forest Resilience Task Force ha annunciato nuovi investimenti per oltre 100 milioni di dollari destinati a prevenzione degli incendi boschivi e gestione attiva del territorio forestale. Le risorse finanzieranno riduzione del combustibile, fuoco prescritto, gestione della vegetazione, protezione delle comunità più esposte e pianificazione a scala di bacino.
Il programma ha l’obiettivo di aumentare la resilienza delle aree più vulnerabili ai mega-incendi che negli ultimi anni hanno colpito lo Stato. La California conferma così il passaggio da un approccio centrato soprattutto sulla soppressione del fuoco a una strategia preventiva, fondata su gestione del combustibile, coordinamento tra enti e adattamento territoriale.
Negli Stati Uniti, secondo il National Interagency Fire Center, la stagione incendi 2026 risulta già sopra la media decennale: all’8 luglio erano stati registrati 37.783 incendi e oltre 1,38 milioni di ettari bruciati. Le condizioni più critiche interessano varie aree dell’Ovest, dove siccità dei combustibili, vento, fulmini e temperature elevate possono aver favorito una rapida propagazione.
Anche in Canada il governo federale ha segnalato il rischio di intensificazione della stagione: al 10 giugno erano stati rilevati 1.747 incendi e 166.400 ettari bruciati. Pur con un avvio definito lento, l’aumento delle temperature e la disidratazione della vegetazione mantengono alta l’attenzione.
In Messico, il report del 2 luglio indica 5.071 incendi forestali dall’inizio dell’anno, distribuiti in 32 aree federali.


Il 29 aprile 2026, l’Impact Fund Denmark, ha annunciato il lancio di un fondo internazionale dedicato al ripristino forestale in Sud America, con la previsione di una raccolta di fondi superiore a 1,24 miliardi di dollari. Il fondo si chiama The Reforestation Fund / Latin American Reforestation Strategy ed è gestito da uno dei maggiori gestori mondiali di investimenti forestali. L’iniziativa punta al recupero di aree tropicali degradate attraverso riforestazione, rinnovazione e gestione forestale sostenibile, combinando investimenti privati, mercati del carbonio e produzione legnosa.
Il fondo parte da un primo investimento danese di circa 20 milioni di dollari e mira ad aumentare lo stoccaggio di carbonio, a produrre biomassa legnosa in modo sostenibile e a creare opportunità economiche locali.
Il ripristino forestale tropicale si conferma così anche come settore finanziario in crescita, ma restano centrali le questioni di governance, durata degli investimenti e equilibrio tra obiettivi ecologici, produttivi e sociali.
Secondo i dati DETER-INPE diffusi a giugno, in Brasile gli alert di deforestazione nell’Amazzonia sono diminuiti del 37,5% tra agosto 2025 e maggio 2026 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo il valore più basso della serie storica per quei dieci mesi. Nel solo maggio 2026 il calo è stato del 61,4%.
DETER è il sistema di rilevamento rapido della deforestazione, mentre INPE è l’Istituto nazionale brasiliano per le ricerche spaziali. Il dato conferma il ruolo decisivo del monitoraggio satellitare continuo, utile per orientare controlli e interventi sul territorio.
A rafforzare il quadro, il Brasile ha annunciato risorse straordinarie, per 57 milioni di euro, destinate a fiscalizzazione ambientale, prevenzione e lotta agli incendi forestali. Il bilancio per queste attività cresce così del 24% rispetto all’anno precedente.
Come ha ricordato anche Nature, autorevole rivista scientifica internazionale, l’Amazzonia non è condannata: servono però politiche nazionali efficaci contro la deforestazione e politiche globali contro il riscaldamento climatico.


Dal 8 al 10 giugno 2026 si è svolto ad Abidjan, in Costa d’Avorio, il workshop conclusivo del West Africa Regional Forest Investment Program, attivo in Burkina Faso, Costa d’Avorio e Ghana. Il programma è stato sostenuto dal Forest Investment Program, che è un’iniziativa dei Climate Investment Funds, e ha visto il coinvolgimento dell’African Development Bank, e della Banca Mondiale.
Il portafoglio comprende 13 progetti, con 163 milioni di dollari di finanziamenti e oltre 231 milioni di cofinanziamento. In Burkina Faso sono stati riforestati 3.027 ettari e 94.013 ettari sono entrati in gestione sostenibile; in Ghana altri 42.652 ettari sono stati gestiti in modo sostenibile, con la creazione di oltre 2.700 posti di lavoro. Nel complesso, gli interventi hanno contribuito a ridurre, evitare o sequestrare oltre 27 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente.
Il risultato più interessante è il legame tra ripristino, clima e redditi locali, poiché la gestione forestale funziona meglio quando diventa anche opportunità economica per le comunità.
È da guardare il video report che si trova usando il link lasciato per approfondire.


Il 5 marzo 2026 CIFOR-ICRAF, centro internazionale di ricerca su foreste e agroforestazione, ha annunciato la firma a Jakarta di un memorandum d’intesa con il Ministero delle Foreste dell’Indonesia. L’accordo punta a rafforzare l’agroforestazione a sostegno degli obiettivi climatici del Paese e della transizione verso una green economy, cioè un’economia più attenta a clima, risorse naturali e sviluppo sostenibile.
La cooperazione riguarda sei ambiti: modelli agroforestali, gestione dei bacini idrografici, finanza innovativa, agroforestazione in aree forestali speciali, digitalizzazione e sviluppo socioeconomico delle comunità attraverso la social forestry, una forma di gestione forestale con coinvolgimento diretto delle popolazioni locali.
Si segnala questa notizia perché arriva da un grande Paese forestale tropicale e mostra come l’agroforestazione stia entrando nelle politiche pubbliche insieme al coinvolgimento delle popolazioni locali.


Il 12 giugno 2026 il Governo della Nuova Zelanda ha annunciato la nascita del marchio NZ Pine, sviluppato insieme al settore forestale e della trasformazione del legno. L’obiettivo è rafforzare il posizionamento internazionale del pino radiata neozelandese, presentandolo come materiale rinnovabile, proveniente da piantagioni gestite attivamente e adatto all’edilizia moderna.
Il marchio sarà sostenuto da uno standard amministrativo governativo, supervisionato dal Ministero neozelandese per le industrie primarie, che definirà le evidenze necessarie per dimostrare origine, prestazioni e correttezza delle dichiarazioni. Il lancio operativo è previsto all’inizio del 2027.
La Nuova Zelanda punta così sulla reputazione di filiera: non solo qualità del legno, ma tracciabilità, gestione sostenibile e maggiore valore aggiunto per le esportazioni.
Nel Budget nazionale 2026-2027, presentato il 26 giugno, Fiji ha previsto circa 10 milioni di euro per Ministero delle Foreste. Le risorse riguardano, tra le altre voci, sviluppo della filiera del pino caraibico (Pinus caribaea var. hondurensis), con circa 580.000 euro e l’estensione del Fiji Pine Trust, fondo collegato alla filiera del pino, con circa 1,4 milioni di euro.
Il Ministero collega inoltre il programma nazionale di riforestazione all’obiettivo di aumentare la copertura forestale del 2% entro il 2030. Dal 2019 sarebbero già stati piantati oltre 19 milioni di alberi. Da notare lo sforzo finanziario riguarda lo 0,18% del PIL delle Fiji. Giusto per rendersene conto dello sforzo finanziario, facendo una proporzione con l’Italia, è come se da noi si fosse deciso di investire 4,05 miliardi di Euro in gestione forestale.


Il rapporto Gaining Ground: State of Private Investment in Nature 2026, pubblicato il 22 giugno da The Nature Conservancy e Forest Trends, analizza 1.731 transazioni realizzate tra il 2016 e il 2025. Secondo il report, gli investimenti privati in natura, nel decennio, hanno superato i 60 miliardi di dollari, con flussi annuali cresciuti da 2,8 miliardi di dollari nel 2016 a oltre 14 miliardi nel 2025.
Più della metà degli investimenti riguarda contesti produttivi, tra cui agricoltura sostenibile, foreste, ripristino degli ecosistemi e gestione del territorio. Il dato segnala che natura e foreste stanno entrando sempre più nei portafogli finanziari, non solo come strumenti di compensazione o responsabilità ambientale, ma anche come settori capaci di generare valore economico.
La crescita degli investimenti privati può aprire nuove opportunità per gestione sostenibile, riforestazione e recupero di aree degradate. Resta però centrale distinguere tra operazioni realmente trasformative e iniziative soprattutto reputazionali, che noi chiamiamo comunemente green washing. La finanza per la natura sarà credibile solo se capace di produrre benefici misurabili per biodiversità, clima e comunità locali.

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