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di Giacomo Mei
Nell'era della comunicazione veloce e della costante connessione, i social media rappresentano uno strumento potente e immediato per raggiungere un vasto pubblico. Messaggi lampo, frasi a effetto, contenuti che in pochi secondi si diffondono capillarmente: tutto sembra invitare al confronto rapido e istantaneo. Eppure, il Gruppo di Lavoro "Boschi Cedui" della SISEF ha scelto consapevolmente di non seguire questa strada. Una decisione controcorrente, certo, ma fondata su un principio essenziale: il rispetto per la complessità dei contenuti scientifici.
La gestione dei boschi cedui, le dinamiche ecologiche, la conservazione delle formazioni forestali sono temi stratificati, che richiedono un’analisi approfondita, basata su dati concreti e argomentazioni strutturate. Ridurli a slogan o post fulminei rischia non solo di banalizzare questioni delicate, ma anche di alimentare fraintendimenti e disinformazione.
È proprio da questa consapevolezza che nasce la strategia di comunicazione del Gruppo di Lavoro SISEF “Boschi Cedui”, fondata su tre livelli di fruizione dell’informazione scientifica. Il primo è rappresentato dal testo scientifico originale, rivolto a chi desidera consultare lo studio integrale nella lingua in cui è stato pubblicato. Il secondo livello consiste in una traduzione integrale di taglio divulgativo in lingua italiana, pensata per tecnici, professionisti e studiosi che necessitano di chiarezza espositiva senza rinunciare alla profondità del contenuto. Infine, il terzo livello prevede una versione breve semplificata, una “pillola” divulgativa che sintetizza i punti salienti della ricerca – risultati chiave, implicazioni pratiche, contesto metodologico – sempre con un chiaro rimando allo studio originale.
Questo approccio vuole rendere accessibile la conoscenza senza sacrificare la sua complessità, offrendo strumenti di lettura differenziati a seconda delle competenze, delle esigenze e del tempo a disposizione del lettore. I social network saranno utilizzati solo come veicolo informativo per raggiungere un pubblico di non addetti attraverso la pubblicazione delle “pillole divulgative”, ma non sarà dato spazio a alcun tipo di polemica.
Divulgare i risultati della ricerca può essere un’attività alla portata di tanti, ma serve conoscenza e metodo. Non basta avere una buona parlantina o una scrittura brillante per affrontare temi ambientali complessi. La divulgazione scientifica richiede competenze solide, rigore metodologico e la capacità di tradurre concetti articolati senza banalizzarli.
Tuttavia, negli ultimi anni si assiste a una proliferazione di figure che, animate da buone intenzioni, ma prive di adeguata preparazione, si autoproclamano divulgatori. Influencer, comici, attori, sportivi: personaggi con un vasto pubblico che, forti della loro notorietà, parlano di ambiente, ecologia e gestione forestale senza una reale base scientifica.
Il fenomeno non è nuovo. Già in passato, presentatori televisivi di documentari naturalistici sono stati invitati a esprimere pareri su piani di gestione ambientale o pratiche conservazionistiche, basando le loro argomentazioni su esperienze il più delle volte limitate o superficiali. Funzionari di corpi di vigilanza intervistati in virtù del loro ruolo hanno negato o svilito pubblicamente evidenze scientifiche sulla base di aneddoti personali, maturati magari sempre nello stesso contesto locale, senza una reale visione d'insieme. Professori universitari, rispettati nel loro campo, si avventuravano in ambiti distanti dalle loro competenze specifiche, fornendo giudizi che, pur avendo un'apparente autorevolezza, mancavano di solide basi scientifiche sul tema specifico. Tutto questo succede anche oggi, ma il meccanismo si è evoluto. Gli schermi televisivi hanno lasciato spazio alle piattaforme social, e i protagonisti sono cambiati. Si tratta in genere di personaggi di grande visibilità che, forti di una popolarità consolidata, si ergono a esperti di ecologia, gestione forestale, cambiamenti climatici. Spesso animati da buone intenzioni, certamente. Talvolta sostenuti da figure accademiche o presunti esperti, professori o tecnici che, fuori dal loro specifico ambito di competenza, conferiscono un'apparente autorevolezza a messaggi superficiali, parziali o, addirittura, distorti. Così, la critica a chi quotidianamente affronta questi temi sul campo viene presentata come il coraggio di sfidare un presunto pensiero accademico monolitico, un gesto "innovativo" che, invece di promuovere il confronto scientifico, alimenta disinformazione e confusione. In questo modo, chi si propone come “divulgatore” diventa più o meno esplicitamente portavoce di queste posizioni, spacciando la semplificazione per innovazione, la distorsione per chiarezza e le opinioni personali per verità scientifica. Il tutto con pochi concetti confusi, slogan accattivanti e una semplificazione estrema che snatura la complessità dei fatti.
Il problema? Quando l’intento di rendere un argomento accessibile si trasforma in una semplificazione estrema, i concetti perdono spessore, le sfumature scompaiono e i fenomeni complessi diventano frasi fatte, quando va bene innocue ma vuote. Non basta quindi essere abili comunicatori. Non è sufficiente avere una buona dialettica. Divulgare significa portare la complessità al grande pubblico senza alterarla, rispettando i dati, i processi, le implicazioni. E questa, più che una capacità, è una responsabilità.
L’utilizzo di termini di uso comune per spiegare concetti scientifici è un'arma a doppio taglio. Da un lato, può facilitare l’accesso a tematiche complesse, rendendole più comprensibili per un pubblico ampio. Dall’altro, però, rischia di trasformare un intero processo scientifico in un messaggio ingannevolmente semplice, che non rende giustizia alla complessità del fenomeno.
Concetti come "disturbo ecologico" o "successione" vengono spesso sostituiti da parole più intuitive – "cambiamento", "rinascita" – che però eliminano sfumature fondamentali. Il risultato è un’alterazione sostanziale del significato. Il disturbo ecologico è un processo strutturato, caratterizzato da dinamiche precise e interazioni complesse tra fattori biotici e abiotici. Definirlo semplicemente "cambiamento" non solo appiattisce la narrazione, ma elimina le implicazioni ecologiche del fenomeno stesso.
Lo stesso vale per la "successione ecologica" ridotta talvolta a "rinascita del bosco". Il termine "successione" implica fasi precise, tappe, dinamiche di competizione e colonizzazione. "Rinascita" suggerisce un processo lineare, positivo, inevitabilmente buono, omettendo completamente le complessità legate a specie pioniere, competizione per le risorse e variabilità dei disturbi.
Così facendo, il pubblico riceve una versione rassicurante e semplificata della realtà ecologica, mentre il lavoro di anni di ricerca viene ridotto a una narrazione superficiale e fuorviante. Un messaggio che rassicura, sì, ma che finisce per trasmettere una rappresentazione distorta, banalizzando la complessità e disincentivando l’approfondimento. La scienza, però, non può essere semplificata a tal punto senza perdere il suo significato. Semplificare, sì. Banalizzare, no.
Il GdL Boschi Cedui ha scelto consapevolmente di non entrare nei dibattiti sui social media. Non perché li disprezziamo - anzi, li riconosciamo come strumenti utili per intercettare opinioni, dubbi e sensibilità diffuse – ma perché crediamo che il ceduo, e più in generale la gestione forestale, meritino attenzione, non slogan o contrapposizioni sterili.
Parliamo di tematiche che toccano paesaggio, biodiversità, storia e futuro delle comunità, e che richiedono rigore e responsabilità. Per affrontarli scegliamo sedi dove sia possibile documentare, approfondire e costruire conoscenza condivisa. Luoghi dove sia possibile ragionare su basi concrete, spiegare le motivazioni di ciò che si sostiene e aprire un dialogo autentico, non superficiale.
Un approccio che permette di distinguere il confronto autentico dalla polemica sterile, di concentrarsi sui contenuti e rispondere a chi è mosso da reale interesse, di orientarsi tra le informazioni, scegliendo la sostanza rispetto al sensazionalismo.
Non siamo i primi a scegliere questa strada e siamo certi di non essere gli ultimi. Ci riconosciamo in un approccio che mette al centro la conoscenza, fondato su evidenze scientifiche e confronto strutturato, in alternativa alla superficialità dei messaggi istantanei.
Pensare che una pratica secolare come il ceduo sia ormai superata o priva di interesse significa non solo ignorarne la complessità storica, ecologica e sociale, ma anche trascurare il suo potenziale attuale in termini di gestione sostenibile, tutela della biodiversità e valorizzazione del paesaggio. Il ceduo ha modellato territori per secoli, ma può ancora oggi offrire risposte concrete a sfide ambientali e socioeconomiche contemporanee.
Oggi, disponiamo di nuovi strumenti: approcci interdisciplinari, tecnologie avanzate, metodi di monitoraggio raffinati, una conoscenza ecologica in continua evoluzione. Alla luce di tutto questo, l’idea di avere già tutte le risposte – al punto da condannare senza appello o glorificare in modo acritico una forma di governo forestale così radicata – appare non solo semplicistica, ma anche presuntuosa.
È una forma di snobismo intellettuale che rischia di chiudere il dialogo prima ancora che inizi. E questo, da persone pensanti, e ancor più da studiosi, non possiamo permettercelo. Al contrario, abbiamo il dovere di osservare, analizzare, discutere e, quando serve, rimettere in discussione – con umiltà, rigore e apertura.
Le scienze forestali si basano su dati, studi e confronto multidisciplinare, non su slogan. La gestione dei cedui non può essere affrontata con un post: servono analisi rigorose, capaci di tenere insieme ecologia, economia e società, evitando scorciatoie e semplificazioni.
Il GdL Boschi Cedui della SISEF è aperto a collaborazioni, pronto a favorire il dialogo tra ricerca e pratica, a seguire casi studio sul territorio, a contribuire alla valorizzazione delle formazioni forestali oggetto di ceduazione. Non vogliamo né idealizzare né demonizzare il ceduo, ma analizzarlo con obiettività, per identificare le modalità più adatte ai diversi contesti: avviamento ad alto fusto, proseguimento della ceduazione, modifica dei turni, governo misto o, in alcuni casi, l’evoluzione naturale. Tra le attività del Gruppo rientra anche il supporto all’adeguamento delle normative, attraverso la condivisione di evidenze scientifiche che possano contribuire a rimuovere ostacoli alla gestione sostenibile dei cedui. Con particolare attenzione all’impiego di trattamenti selvicolturali differenziati che, pur riferendosi al governo a ceduo, siano finalizzati alla diversificazione strutturale, alla tutela della biodiversità e all’adeguamento agli obiettivi gestionali specifici.
Ogni situazione richiede una valutazione puntuale, fondata su evidenze aggiornate e sull’analisi dello stato reale degli ecosistemi.
È in questa direzione che il GdL Boschi Cedui intende operare: creare spazi di confronto strutturato, in cui ogni ipotesi possa essere discussa, verificata e affinata. Senza cedere all’urgenza delle risposte facili, ma con l’ambizione di costruire soluzioni efficaci, capaci di tenere insieme passato, presente e futuro delle nostre foreste.
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Nel corso degli ultimi decenni, si è assistito in effetti a un’ampia diffusione degli interventi di conversione dei cedui, spesso guidata da indirizzi generali piuttosto che da valutazioni puntuali. Come ricordava il prof. Giovanni Bernetti, si è sfiorata in alcuni casi una forma di “altofustomania”, che ha modificato profondamente il volto di molti paesaggi forestali italiani.
Tuttavia, proprio per evitare semplificazioni o posizioni ideologiche, il Gruppo di Lavoro “Boschi Cedui” della SISEF invita a ragionare caso per caso, sulla base delle evidenze ecologiche, storiche e gestionali specifiche.
Il ceduo non va né idealizzato né condannato: può rappresentare, se ben gestito, uno strumento efficace per coniugare conservazione della biodiversità, resilienza ecologica e sostenibilità socioeconomica. Ma ogni scelta deve partire da un’analisi concreta dello stato del bosco, degli obiettivi gestionali e del contesto territoriale.
Est modus in rebus, dicevano i latini: il nostro impegno è proprio quello di restituire complessità a un tema troppo spesso affrontato con approcci dicotomici e affermazioni generalizzanti.