di Matteo Favero, Responsabile Area biocombustibili e certificazioni AIEL
La legna da ardere rappresenta ancora oggi una componente fondamentale del consumo energetico domestico italiano: secondo il Rapporto statistico AIEL, i consumi nazionali di biocombustibili legnosi raggiungono 13,3 milioni di tonnellate, e di questi oltre il 70% è rappresentato proprio dalla legna. Parallelamente, secondo i dati Istat, circa il 16% delle famiglie italiane utilizza legna da ardere, soprattutto nelle aree montane, rurali e nei piccoli comuni.
Accanto alle modalità tradizionali di vendita - legna sfusa o su bancale - la legna è entrata sempre più frequentemente nei circuiti della grande distribuzione (supermercati e DIY) assumendo forme commerciali fino a pochi anni fa marginali: retine, scatole di cartone, confezioni premium destinate a consumatori urbani e spesso occasionali. Questa trasformazione commerciale si accompagna a un’evoluzione qualitativa rilevante: accanto a pratiche ancora diffuse di vendita di legna “fresca”, quella stagionata o essiccata artificialmente, e di qualità certificata, ha guadagnato progressivamente quote di mercato.
Oggi il mercato presenta quindi forti elementi di eterogeneità: filiere innovative convivono con autoproduzione e canali tradizionali, mentre alla produzione nazionale si affiancano importazioni significative dall’estero, soprattutto dall’Europa orientale e balcanica. In questo scenario, qualità e comunicazione al consumatore assumono un ruolo sempre più centrale, e sistemi volontari di certificazione come BiomassPlus® testimoniano il tentativo di introdurre strumenti di qualificazione e leggibilità all’interno della filiera, analogamente a quanto già avvenuto nel settore del pellet, dove standardizzazione e trasparenza hanno contribuito alla forte crescita commerciale del prodotto.
La diffusione della legna confezionata porta però con sé problematiche nuove, che riguardano solo in parte la qualità del combustibile. Entrano infatti in gioco aspetti legati alla misura della quantità commercializzata, alla disciplina dei pre-imballaggi, alla comunicazione ambientale e all’etichettatura del packaging. Temi che, fino a pochi anni fa, appartenevano più al mondo dei biocombustibili confezionati di produzione industriale, come il pellet, che a quello della legna da ardere.
Per lungo tempo la commercializzazione della legna da ardere si è basata prevalentemente su rapporti fiduciari locali: il consumatore acquistava dal produttore forestale o dal rivenditore di zona, avendo spesso familiarità con le modalità tradizionali di misura. L’ingresso nel canale retail modifica questo equilibrio.
Le scatole o le retine esposte su uno scaffale devono confrontarsi con logiche completamente diverse: confrontabilità immediata tra prodotti, leggibilità delle informazioni, aspettative di standardizzazione, percezione visiva del contenuto, chiarezza commerciale.
Il consumatore che acquista una confezione in GDO raramente possiede familiarità con concetti come il metro stero, il potere calorifico rapportato all’umidità o il rapporto pieno/vuoto: molto più spesso valuta il prodotto sulla base delle informazioni riportate in etichetta, dell’estetica della confezione e del prodotto stesso, e del peso o del volume dichiarato.
In proposito, per prodotti particolarmente regolari come le stecche accendi fuoco geometricamente omogenee, il volume della confezione può approssimare in modo piuttosto fedele il volume reale del prodotto. Inoltre, visto il contenuto idrico tipicamente controllato, anche la corrispondenza tra peso e volume del prodotto appare ben definita.
Al contrario, la legna da ardere propriamente detta è un materiale naturalmente eterogeneo, la cui variabilità fisica mal si adatta alle logiche di standardizzazione tipiche dei prodotti preconfezionati: le irregolarità geometriche e gli spazi vuoti rendono meno affidabile l’equivalenza tra volume della confezione e del suo contenuto, e piuttosto variabile il rapporto tra queste e il peso del prodotto.
Tradizionalmente, quando non viene venduta a peso, la legna da ardere viene commercializzata sulla base del suo volume apparente. Il riferimento classico è il metro stero accatastato (msa), cioè la quantità di legna presente in un metro cubo, quando disposta ordinatamente, oppure al metro stero riversato (msr), nel caso di materiale disposto alla rinfusa.
A parità di volume apparente, la quantità reale può cambiare sensibilmente in funzione della geometria dei pezzi, della loro dimensione (pezzatura) e forma, e del rapporto tra spazi pieni e vuoti. Generalmente, nel caso del metro stero accatastato il volume reale è pari al 60-75% del volume apparente, mentre nel materiale riversato le percentuali possono ridursi ulteriormente. Indicativamente, 1 m3 di tondame può corrispondere a circa 1,4 msa di spacconi, e a circa 2 msr di legna riversata[1]. Analogamente, forma e dimensioni dei ciocchi influenzano la loro disposizione all’interno delle confezioni.
A differenza di combustibili maggiormente standardizzati, come il pellet, la legna da ardere presenta una forte variabilità naturale. La densità apparente (o massa volumica) cambia da specie a specie, con differenze anche rilevanti: a parità di contenuto idrico, ad esempio, il pioppo può presentare valori anche inferiori a 500 kg/m3, mentre faggio, carpino o leccio possono superare i 750-900 kg/m3. Anche il contenuto idrico varia nel tempo, in funzione delle condizioni ambientali o dei processi produttivi: il legno appena tagliato può presentare contenuti idrici prossimi al 50%, mentre la legna stagionata tende a scendere sotto il 20%.
Chi opera nel settore forestale conosce bene questi aspetti e utilizza abitualmente coefficienti empirici di conversione. Tuttavia, ciò che risulta intuitivo per un operatore professionale lo è meno per il consumatore occasionale. Il problema si amplifica nelle piccole confezioni retail, dove il volume esterno della scatola o della retina potrebbe essere interpretato come equivalente alla quantità effettiva di legna contenuta. Due scatole esternamente identiche possono però avere pesi, volumi o rese calorifiche molto diversi tra loro.
Le confezioni di legna da ardere rientrano nel quadro normativo relativo ai prodotti pre-imballati, inclusa la relativa normativa metrologica. Questa prevede che la quantità nominale indicata sulla confezione sia corretta, verificabile, e che rientri certi intervalli di tolleranza. In generale, nel caso dei prodotti non alimentari, la quantità nominale si riferisce alla quantità del prodotto al momento del confezionamento.
Questo aspetto assume particolare importanza proprio per materiali igroscopici come la legna, soggetti a variazioni ponderali nel tempo: diversamente da ciò che avviene per i prodotti alimentari venduti a peso variabile (es. ortofrutta), la logica della pesatura al momento dell’acquisto non è realisticamente applicabile alla legna confezionata nel contesto retail.
La corretta indicazione della quantità di legna commercializzata nelle scatole retail diventa quindi particolarmente delicata. Il peso rappresenta apparentemente la soluzione più semplice: è immediatamente comprensibile per il consumatore ed è coerente con le logiche tipiche dei prodotti preimballati. Tuttavia, una confezione più pesante, o piena, non corrisponde necessariamente a una maggiore quantità di energia in combustione o a una qualità superiore del combustibile: in termini energetici, una riduzione del contenuto idrico del 10% può aumentare il contenuto energetico utile del combustibile di circa 2,16 MJ/kg (0,6 kWh/kg). L’acqua pesa, ma non brucia!
Analogamente, anche la sola indicazione del volume presenta alcune criticità, pur mantenendo una maggiore coerenza con la tradizione commerciale della legna da ardere. Infatti, nelle confezioni il rapporto pieno/vuoto può cambiare sensibilmente, e anche in questo caso mancherebbero indicazioni necessarie a definire il reale contenuto energetico offerto dal prodotto.
Pertanto, l’indicazione del peso o del volume del prodotto dovrebbero sempre accompagnarsi a informazioni più complete che, in ultima analisi, permettano di individuare la classificazione di qualità applicabile ai sensi della norma tecnica internazionale (ISO 17225-5), cioè quella che definisce le classi di qualità della legna da ardere, e i relativi parametri e valori.
Per questi motivi, sistemi di certificazione come BiomassPlus® prevedono specifici requisiti di informazione al consumatore: l’etichetta, obbligatoria, deve comprendere informazioni sulla specie legnosa, la lunghezza dei pezzi, la classe qualitativa applicabile e l’umidità. Queste informazioni, associate a un’indicazione di peso o volume, riducono il rischio di confronti fuorvianti tra confezioni apparentemente simili e permettono al consumatore di effettuare scelte consapevoli.

Figura 1 - Esempio di etichetta “versatile”, con valori selezionabili dall’operatore sulla base delle caratteristiche specifiche del lotto di produzione.
La confezione non deve soltanto indicare la quantità di prodotto, ma deve anche rispondere a un ulteriore e fitto insieme di requisiti normativi, volti a tutelare il consumatore attraverso informazioni minime complete e accurate. Per la legna da ardere, il tema della quantità in etichetta si intreccia quindi e sempre più con quello della comunicazione ambientale sul packaging.
Ad esempio, retine, cartoni, etichette e imballaggi devono confrontarsi con gli obblighi di etichettatura ambientale e raccolta differenziata previsti dalla normativa vigente.
Parallelamente, la comunicazione commerciale deve prestare crescente attenzione alle asserzioni ambientali e ai possibili profili di greenwashing. In tal senso, il recente D.lgs. 30/2026 rafforza il quadro relativo alle pratiche commerciali scorrette e alla trasparenza delle comunicazioni ambientali rivolte ai consumatori. Anche richiami apparentemente semplici - come naturalità, sostenibilità o carattere “ecologico” del prodotto - richiedono crescente attenzione sotto il profilo della correttezza e verificabilità delle informazioni fornite.

Figura 2 - Altro esempio di etichetta di materiale certificato, destinata a legna da ardere in bancali.
La legna da ardere confezionata rappresenta probabilmente uno degli esempi più interessanti di incontro tra una filiera tradizionale e logiche del mercato contemporaneo. Da un lato rimangono le caratteristiche storiche del prodotto: variabilità naturale, dimensione locale, forte componente empirica. Dall’altro emergono esigenze nuove: standardizzazione, trasparenza, packaging, comunicazione ambientale, confrontabilità commerciale.
In questo contesto, sistemi di qualificazione volontaria come BiomassPlus® possono contribuire non soltanto a valorizzare la qualità del combustibile, ma anche a rendere più leggibile e comprensibile il prodotto per il consumatore finale. L’equilibrio tra rigore tecnico, chiarezza commerciale e natura fisica del materiale non è semplice, ma necessario in un mercato destinato con ogni probabilità a evolvere ulteriormente nei prossimi anni.
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