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Gestione forestale

Conversione da fustaia a ceduo? Un caso giudiziario in Oltrepò Pavese pone un grande quesito tecnico, rischiando di creare un precedente

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fustaia ceduo Oltrepò

di Luigi Torreggiani

Come redazione di Sherwood abbiamo ricevuto, negli scorsi giorni, una segnalazione che riteniamo degna di nota. Riguarda una vicenda giudiziaria, non ancora conclusa, avvenuta a seguito di un verbale dei Carabinieri forestali nei confronti di un’impresa boschiva e di una proprietà forestale privata per un intervento selvicolturale realizzato in Oltrepò pavese (Lombardia).

Ad avercela segnalata è un collega Dottore forestale, Gabriele Sguazzini (coinvolto, come vedremo, direttamente nella vicenda), che ci ha chiesto di renderla pubblica con una motivazione ben precisa, che va oltre il caso in sé, i Tribunali, il processo e le sentenze: il timore che si sia creato un pericoloso precedente, in particolare per le imprese di utilizzazione boschiva.

Sguazzini, convinto delle proprie argomentazioni, che approfondiremo, ci tiene a far sapere che il bosco in oggetto è lì, visitabile da chiunque. L’invito del professionista, finora inascoltato nel proprio territorio, è di organizzare almeno un momento di confronto aperto a tecnici, operatori, funzionari, amministratori e Carabinieri forestali, per ragionare di fronte agli alberi - e non solo alle carte di giudici e avvocati - di come interpretare una vicenda che, a suo parere, ha del paradossale.

Ma veniamo alla storia, che riassumiamo al massimo per ovvie motivazioni di spazio. Ci scusiamo da subito se, a causa di questa estrema sintesi, fossero stati omessi elementi degni di nota per un racconto esaustivo della vicenda: in tal caso è possibile scrivere a  per inviare commenti e integrazioni.

Nel presente articolo abbiamo scelto espressamente di citare solo Sguazzini e un altro esperto coinvolto, insieme a lui, in una perizia di parte, perché riteniamo che l’interesse di chi ci legge debba concentrarsi sugli aspetti tecnici e non sui nomi. L’obiettivo di questo articolo, infatti, non è analizzare in dettaglio perizie e sentenze, ma porre un tema di grande valenza tecnica a scala nazionale: quando un intervento selvicolturale in una fustaia di latifoglie può essere considerato una conversione a ceduo?

È questo il “cuore forestale” della vicenda che ci interessa approfondire. 

 

Breve sintesi di una vicenda complessa

La storia ha inizio nel 2019, in un cantiere di utilizzazione boschiva ubicato in parte in territorio di competenza della Regione Lombardia e, in parte, della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese. Si tratta di un bosco d'alto fusto a prevalenza di querce (rovere e cerro) della superficie complessiva di circa 20 ettari.

Nel cantiere in esame, fin dall’inizio, si evidenziano delle problematiche amministrative, relative ad errori e imprecisioni nelle procedure di inizio lavori, poi risolte. Un sopralluogo di ERSAF, per conto di Regione Lombardia, testimonia il corretto svolgimento del cantiere e stabilisce che l’intervento in esame è classificabile anche come un taglio di tipo fitosanitario, vista la presenza di molte piante schiantate, secche, talvolta in stato precario di salute.

Nel dicembre 2020, però, per entrambe le aree (competenza Comunità Montana e competenza regionale) i Carabinieri Forestali redigono due verbali molto simili tra loro, contestando all’impresa boschiva di aver superato le soglie di prelievo previste per i diradamenti in fustaia e, in particolare, di aver convertito una fustaia in ceduo, operazione vietata dalla normativa forestale.

I due verbali, nel complesso, appaiono decisamente pesanti, sommando oltre 250.000 euro di sanzioni. Tali verbali porteranno alla cancellazione della ditta coinvolta - un’azienda storica, di 12 dipendenti, che lavora tra Italia e Svizzera - dall’Albo regionale delle imprese forestali e, conseguentemente, alla chiusura dell’azienda stessa. 

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L'area in esame nel 2021, dopo le operazioni di taglio (Foto Sguazzini)

 

A questo punto i verbali, subito impugnati dalla proprietà e dall’impresa, iniziano due percorsi differenti.

Per quanto riguarda l’area di competenza della Comunità Montana dell’Oltrepò Pavese, a muoversi da subito è la Procura della Repubblica, per il reato di danno paesaggistico. Il Pubblico Ministero, per verificare la forte discrepanza tra la perizia di parte e il verbale dei Carabinieri forestali, chiama come proprio perito un Dottore forestale, che evidenzia testualmente come:

  • per quanto concerne la conversione da fustaia a ceduo, le osservazioni effettuate consentono di escludere che il taglio abbia prodotto tale variazione;
  • l’area di lavoro presenta sulla gran parte della superficie una fisionomia caratteristica delle fustaie;
  • all’interno della superficie di lavoro, la presenza di fusti o piantine generatasi per rinnovazione vegetativa è sostanzialmente assente, limitata a pochi ricacci che sono stati prodotti dalle ceppaie delle piante tagliate. Questi ricacci sono privi di vigore e sono probabilmente destinati a morire in breve tempo, poiché la copertura delle chiome è molto elevata. Quand’anche dovessero sopravvivere e svilupparsi, la loro consistenza si manterrà in una quota sicuramente inferiore al 30% della massa legnosa.

A seguito di questa perizia, a giugno 2022 la Procura della Repubblica archivia velocemente la pratica paesaggistica. La pratica forestale, invece, rimane al momento in stand by.

Anche per l’area di competenza di Regione Lombardia, la pratica paesaggistica si risolve velocemente. La Provincia di Pavia, a seguito di un sopralluogo e di una perizia dello Studio Terra Viva (di Gabriele Sguazzini, il tecnico che ci ha segnalato la vicenda), estingue rapidamente il reato. Unica indicazione, più che corretta tecnicamente, è quella di monitorare per cinque anni lo stato del bosco.

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Una ceppaia residua dall'intervento nel 2026, evidentemente senza ricacci vigorosi (Foto Sguazzini)

 

Tuttavia, a differenza dell’area di competenza della Comunità Montana, in quella di competenza regionale la pratica forestale inizia il suo percorso giudiziario, arrivando in Tribunale.

Durante il processo, come Consulente Tecnico d'Ufficio (CTU) viene nominato un Dottore Agronomo junior, il quale stabilisce, a seguito di rilievi, che l’intervento eseguito dall’impresa: “È in contrapposizione ad un diradamento ed è più simile ad un vero e proprio taglio di utilizzazione”.

Come Consulenti Tecnici di Parte dell’impresa vengono chiamati sia il già citato Gabriele Sguazzini (redattore del Piano di Indirizzo Forestale per l’area in esame), sia il Prof. Mario Pividori, associato di assestamento forestale e selvicoltura all’Università di Padova, nonché già consulente di Regione Lombardia per la redazione del Regolamento forestale.

Sguazzini e Pividori, nella loro perizia, confermano quanto già dichiarato dal perito della Procura per l’area di competenza della Comunità Montana: la conversione da fustaia a ceduo non sussiste. L’intervento, secondo i due tecnici, è stato energico, ma a causa della presenza di numerose piante morte (taglio fitosanitario quindi, non semplice diradamento).

Il Giudice, nella sentenza di primo grado, dà ragione a proprietà e impresa sulla questione della conversione, ribaltando sostanzialmente le conclusioni del proprio CTU (cosa abbastanza significativa). Conferma invece il superamento dei limiti di prelievo previsti dal Regolamento (53% del numero di piante e 62% della massa secondo il CTU, contro il 30% previsto per i diradamenti in fustaia) e quindi conferma la sanzione (poco meno di 10.000 euro per questo reato specifico). La sentenza viene proclamata il 27 maggio 2024.

Ma la storia non finisce qui.

Regione Lombardia, infatti, si appella alla sentenza di primo grado di fronte alla Corte d’Appello di Milano. Secondo l’appellante, la conversione da fustaia a ceduo sarebbe provata dalla presenza di polloni e dal prelievo di una massa assai maggiore rispetto alle soglie previste per i diradamenti dal Regolamento Regionale. 

Qui occorre sottolineare che i dati su numero di piante e massa asportata presentati dalle varie perizie sono molto differenti tra loro. Per quanto riguarda la massa, ad esempio, si va dal 62% calcolato dal CTU a meno del 30% calcolato dai periti di parte, suggerendo una forte difformità nella conduzione dei rilievi (da considerare che l'area di taglio è attraversata da diverse linee di gru a cavo, pertanto il posizionamento delle aree di saggio è determinante in queste valutazioni).    

Il Giudice d’appello, in questo caso, dà ragione a Regione Lombardia, ma con queste parole: “La Corte condivide la considerazione del primo giudice secondo cui il bosco non più a fustaia non è automaticamente un bosco a ceduo. Ciò per l’evidente considerazione che la trasformazione del governo del bosco (da fustaia a ceduo) è un fenomeno naturale, non immediato, che richiede un certo lasso temporale, essendo correlato alla crescita e sviluppo delle piante (originatesi da seme o da pollone), sicché, come spiegato dal CTU, il definitivo passaggio dall’uno all’altro governo del bosco è accertabile solo a distanza di tempo.

In sostanza, sostiene il Giudice, la conversione non è provata secondo la normativa, ma si sarebbero create le condizioni perché questo possa avvenire a distanza di tempo. Una considerazione, quest’ultima, assai discutibile dal punto di vista tecnico, che rischia di esporre gli addetti ai lavori a un enorme grado di incertezza. In teoria, infatti, in ogni intervento selvicolturale svolto in fustaie di latifoglie (lasciando ceppaie che possono ricacciare), si creano di fatto tali ipotetiche condizioni. Ciò però non significa certo che sia in atto un conversione da fustaia a ceduo.

La sentenza è del 20 gennaio 2026. Proprietario e impresa ricorrono in Cassazione e, al momento, si è in attesa del terzo grado di giudizio. Dopo questa sentenza, anche la pratica dell’area di competenza della Comunità Montana, finora rimasta in stand by, riparte con il suo iter.

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Interno del bosco oggetto di intervento nel 2026 (Foto Sguazzini)

 

Alcune considerazioni e un appello

Mentre i vari atti di questa complicata vicenda andavano in scena, sono passati oltre cinque anni dal taglio e la situazione del popolamento, come si evince dalle immagini raccolte nel presente articolo è molto chiara: chiunque, osservando le foto del bosco in esame senza conoscerne la storia, lo descriverebbe come una fustaia, non certo come un ceduo. I polloni ricacciati dalle ceppaie delle piante tagliate sono deperiti rapidamente, al di sotto di una copertura ormai colma.

Ma al di là della vicenda giuridica specifica (e delle considerazioni, anche molto critiche, che ciascuno può fare analizzando l'intervento selvicolturale e il possibile superamento dei limiti di prelievo consentiti), ci preme sottolineare la questione tecnica di fondo, ponendo le domande chiave suscitate da questa vicenda: quando si può parlare di conversione da fustaia a ceduo? Come dimostrarlo, dati alla mano? Perché non punire solo il superamento dei limiti del regolamento e insistere sul tema della conversione?

Rimanendo aperti ad eventuali commenti e precisazioni da parte di tutti gli attori in gioco, ci sentiamo di rinnovare l’appello di Sguazzini, che ci ha segnalato la vicenda: il bosco è là, in Oltrepò Pavese, perché non utilizzarlo come caso studio, per la crescita tecnica e culturale di tutti?

 

Nel video sottostante (volo drone eseguito a giugno 2021 da Sguazzini) si può osservare l'area oggetto di taglio appena dopo l'intervento: 

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