di Luigi Torreggiani
La scorsa primavera, al 73° Trento Film Festival, è stato presentato un film intitolato Il codice del bosco, diretto da Alessandro Bernard e Paolo Ceretto.
"Nel cuore di una foresta devastata dalla tempesta Vaia", spiega la sinossi del film, "due scienziati visionari cercano di entrare in sintonia con il genius loci del bosco ferito. Il fisico Alessandro Chiolerio utilizza la tecnologia per captare i segnali elettrici delle piante, mentre l’ecologa Monica Gagliano esplora le comunicazioni segrete tra gli esseri vegetali ispirandosi alle antiche conoscenze indigene. Attraverso esperimenti all'avanguardia indagano la misteriosa intelligenza delle piante sfidando i paradigmi convenzionali della scienza moderna alla ricerca di un nuovo modo di dialogare con la natura".
Scienziati visionari, esperimenti all’avanguardia, sfida ai paradigmi della scienza… le parole sono importanti, specialmente quando si parla di divulgazione della ricerca scientifica. In questo caso sembra siano state utilizzate un po’ frettolosamente, almeno stando a cosa è accaduto dall’uscita del film a oggi.
Il film racconta le ricerche svolte all’interno del "Cyberforest Experiment", un insieme di studi che utilizza metodi analitici avanzati per misurare l'attività bioelettrica degli alberi. Durante queste misurazioni svolte a Paneveggio (TN), il 25 ottobre 2022 si è verificata un'eclissi parziale di sole. In questa particolare situazione, secondo i ricercatori coinvolti, è accaduto qualcosa di assai particolare: la sincronizzazione dell’attività elettrica di alcuni abeti rossi prima e durante l’eclissi. Le conclusioni che i ricercatori hanno tratto da questa osservazione (realizzata su pochissimi alberi, soltanto tre vivi, e senza ripetizioni) sono state a dir poco entusiastiche, tanto da spingerli a pubblicarle su una rivista scientifica. La ricerca, uscita su Royal Society Open Science proprio nei giorni del Trento Film Festival, quindi in occasione del lancio del film (un caso?), ha goduto di un’immediata e fortissima attenzione mediatica.

"Abbiamo scoperto una profonda sincronizzazione dinamica precedentemente sconosciuta: ora vediamo la foresta non come un semplice insieme di individui, ma come un'orchestra di piante", aveva dichiarato all’ANSA Chiolerio, dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. "In pratica, stiamo osservando il famoso Wood Wide Web in azione", aveva rafforzato Gagliano, della Southern Cross University (Australia).
Il cosiddetto Wood Wide Web è la rete sotterranea che, proprio come internet per noi, consentirebbe di mettere in connessione gli alberi di una foresta attraverso le ife fungine, garantendo positiva collaborazione e mutuo soccorso tra le piante. Si tratta di un’ipotesi (non di una solida teoria) avanzata ormai da diversi anni dalla scienziata canadese Suzanne Simard. Ipotesi che è stata fortemente criticata da buona parte della comunità scientifica che si occupa di questi temi, ma che, al contrario, ha avuto un’enorme fortuna mediatica, anche in Italia.
Ma Chiolerio e Gagliano non si sono fermati a questo, hanno anche parlato di "memoria" degli alberi più anziani e di comunicazione tra le piante, tanto che molte testate hanno riassunto la ricerca con titoli come: "Gli alberi delle Dolomiti parlano tra loro prevedendo l’eclissi".
La scienza a volte è lenta, ma inesorabile. E in varie parti del mondo numerosi ricercatori si sono messi a leggere e studiare questa singolare ricerca. Il risultato è stata una sonora bocciatura, tanto da far dichiarare ad alcuni dei ricercatori che hanno realizzato il "debunking scientifico" che l’ormai famoso studio su abeti rossi ed eclissi evidenzierebbe: "Una sconcertante tendenza di alcuni studi nel campo del comportamento delle piante a dare priorità a narrazioni accattivanti rispetto al rigore scientifico".
Un primo articolo, pubblicato sulla rivista "Trend in Plant Science" e intitolato con amara ironia Eclissi della ragione, è stato condotto da Ariel Novoplansky e Hezi Yizhaq, ricercatori dell’Israeliana Ben Gurion University of the Negev. È loro la frase appena citata.
I ricercatori hanno analizzato i dati e sono arrivati alla conclusione che l’attività elettrica sincronizzata degli abeti rossi non c’entra nulla con l’eclisse solare. Secondo loro, quella eclissi, con un calo della luminosità di appena il 10,5% in un paio d'ore, ha avuto un impatto bassissimo sugli abeti, paragonabile a quello di un cielo poco nuvoloso. Novoplansky e Yizhaq hanno spiegato che l’attività elettrica osservata da Chiolerio e Gagliano deriverebbe, molto più plausibilmente, da un banale temporale che proprio quel giorno si è abbattuto sulla zona. "Nonostante l'ampia attenzione mediatica, queste affermazioni si basano su interpretazioni speculative e su ipotesi evolutive infondate", hanno sottolineato i ricercatori. "Una valutazione sistematica non mostra alcun nesso causale tra attività elettrica ed eclissi solare, né segnali ambientali affidabili o benefici adattivi. Inoltre, i meccanismi proposti rispetto alla comunicazione tra gli alberi e la memoria gravitazionale mancano di supporto empirico e fondamento teorico".
Un secondo studio, realizzato dal ricercatore Giorgio Vacchiano dell’Università di Milano e pubblicato sulla stessa rivista in cui è apparso lo studio di Chiolerio e Gagliano, ha analizzato la metodologia applicata arrivando alla stessa conclusione dei colleghi della Ben Gurion University: "I fenomeni osservati sono spiegati in modo più convincente da note risposte fisiologiche e ambientali". Vacchiano, nelle sue conclusioni, spiega come uno dei cardini fondamentali del ragionamento scientifico sia la ricerca della semplicità nelle relazioni causa-effetto. Una nuova ipotesi, per essere considerata affidabile, dovrebbe spiegare meglio e in modo più approfondito un fenomeno già comprensibile attraverso attuali conoscenze: e non è il caso dello studio in esame. Secondo Vacchiano, Chiolerio e Gagliano hanno invocato teorie molto complesse, come quella dei campi quantistici, ma senza chiarire in modo più convincente un fenomeno già ampiamente dimostrabile dalle attuali conoscenze.
La critica metodologica, centrale in entrambi i debunking, è che non si possono scardinare decenni o secoli di scienza affermata con così grande facilità. "A mancare completamente è l'ipotesi di base", spiega Vacchiano a L'Altramontagna. "Perché il rispondere a un’eclissi conferirebbe agli alberi un vantaggio adattativo ed ereditabile, tanto da diventare una funzione soggetta a selezione naturale? Lo stesso vale per la spiegazione quantistica, data dagli Autori, che sarebbe alla base della sincronia tra le piante. Si tratta di un qualcosa che va al di là di tutta la fisica quantistica conosciuta. Qualcosa di mai dimostrato come immediatamente applicabile ad oggetti più grandi di poche molecole, figuriamoci per alberi interi".
Il dibattito nato a seguito della ricerca di Chiolerio e Gagliano è interessante, soprattutto perché ci mostra come funziona il metodo scientifico. Il fatto che questo tipo di ricerche, ancora prima di essere discusse dalla comunità scientifica, siano diventate un film (forse su suggerimento degli stessi ricercatori coinvolti), è invece qualcosa che dovrebbe interrogarci. È certamente interessante e utile portare sul grande schermo "esperimenti all’avanguardia" e il racconto di "sfide ai paradigmi della scienza", ma se si parla di ipotesi problematiche così tanto dibattute (ormai da decenni) dalla comunità scientifica, con quale approccio occorrerebbe raccontarle?
Per come l’hanno posta i ricercatori, si tratta in effetti di una gran bella storia, che merita di essere raccontata. Bella, sì, affascinante e coinvolgente, ma forse più adatta a un film di fantascienza che a un documentario. Qui, al contrario, c’è di mezzo la realtà, la comprensione del mondo e soprattutto il modo, spesso assai problematico, con cui guardiamo la natura che ci circonda.
Prima di questi due studi, la ricerca di Chiolerio e Gagliano era stata fortemente criticata anche da un altro ricercatore, l’ecologo Ben Lockwood. Nel suo Blog "Brief Ecology" su Substak, Lockwood aveva spiegato il suo forte scetticismo per la stesse motivazioni di Novoplansky, Yizhaq e Vacchiano, ma aggiungendo una riflessione filosofica, o forse antropologica, sul bisogno, sempre più attuale, di umanizzare la natura: "Gli alberi non sono umani, non sono coscienti e non parlano. Ciò che cerchiamo in natura è ciò che già possediamo: la nostra coscienza. Non troveremo la natura umana nel non umano, e non abbiamo bisogno di distorcere il non umano in qualcosa di umano".
Articolo realizzato in collaborazione con il quotidiano online L'Altramontagna
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