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Il libro che sfida il concetto di intelligenza vegetale: “Le piante non sono animali verdi”, di Marco Ferrari. Intervista all’Autore

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Le piante non sono animali verdi

a cura di Luigi Torreggiani

Il concetto di “intelligenza vegetale” è stato sdoganato da diversi anni e gode ormai di un enorme favore da parte del pubblico. Diversi divulgatori, ma anche Professori universitari come Stefano Mancuso, si sono aperti, grazie a questa suggestione, una vera e propria carriera fatta di libri, film, podcast, inviti in TV, conferenze e spettacoli teatrali. Un’esplosione di popolarità forse inaspettata, che se da un lato ha contribuito a spostare l’interesse del grande pubblico verso il mondo vegetale, dall’altro ha messo in allarme molti studiosi ma anche divulgatori scientifici. L’idea dell’esistenza di una presunta intelligenza delle piante e di loro comportamenti basati su una sorta di etica, infatti, è tanto affascinante quanto problematica, soprattutto se l’umanizzazione forzata del mondo vegetale porta con sé un’inevitabile contrapposizione ideologica tra natura e umano. Contrapposizione che viene costantemente amplificata da una società polarizzata, in cui a diventare virali sono spesso informazioni superficiali, che parlano alla pancia più che al cervello, stimolando ciò che la gente vuole sentirsi dire, al di là delle reali evidenze.    

La scienza è stata decisamente timida in questi anni. Non sono certo mancati articoli scientifici che hanno provato a smontare, dati alla mano, certe teorie. Ma dal punto di vista mediatico in pochissimi hanno sfidato apertamente questa narrazione (noi di Sherwood quantomeno ci abbiamo provato, anche insieme ad alcuni studiosi come il Prof. Carlo Urbinati), che ha avuto così un’ampia prateria su cui correre indisturbata, attirando non solo tantissimo pubblico, ma anche visibilità istituzionale e indirettamente progetti, finanziamenti, quindi potere. E più ci sono soldi, visibilità e potere di mezzo, meno ci si prende il rischio di criticare: una spirale a nostro avviso negativa, che non porta certo a una crescita culturale.      

Forse è per questo che, ancora prima della sua uscita ufficiale (prevista il 23 gennaio 2026), il libro di Marco Ferrari - biologo, giornalista e divulgatore scientifico - intitolato “Le piante non sono animali verdi” (Bollati Boringhieri) ha suscitato un enorme interesse. C’è un evidente bisogno di scoperchiare il “vaso di Pandora” creato da autori come Stefano Mancuso, Suzanne Simard, Paco Calvo, Monica Gagliano, Peter Wohlleben e tanti altri. L’intento non è certo quello di “rompere la poesia”, piuttosto di rendere la società più consapevole: del mondo che ci circonda, ma anche delle dinamiche subdole di chi utilizza una sensibilità collettiva, che è positiva e in crescita, per avere visibilità, fama e, appunto, potere.

Essendo tra quelli che considerano urgente e necessario un dibattito serio e approfondito su questo tema, abbiamo accolto con grande interesse il lavoro di Marco Ferrari. In occasione dell’uscita del suo libro gli abbiamo posto alcune domande “piccanti”. L’invito, oltre a leggere l’intervista che segue, è ad acquistare e leggere “Le piante non sono animali verdi”, disponibile anche sulla nostra libreria online Ecoalleco

Intervista a Marco Ferrari

 

Qual è stata la prima “scintilla” che ha dato il via all’idea di scrivere questo libro? Il testo nasce più dalla curiosità o dall’irritazione?

Non direi irritazione, ma quasi uno spirito missionario, se mi si consente la battuta. Scrivo di questo argomento da molti anni (ho un’intervista a uno dei protagonisti che risale al 2013) e con l’andare del tempo ho notato che la narrativa su quella che ho definito “nuova botanica” andava rafforzandosi e diventando quasi monotematica.

La scienza si nutre di discussioni, di scambi di idee, di opinioni differenti e di sfaccettature attorno a un tema. Vedere che una o più ipotesi - ipotesi, non teorie - sono diventate quasi teorie monolitiche e indiscutibili, almeno nel mondo della divulgazione e nel senso comune (per non parlare della comunicazione più generalista) mi ha un po’ insospettito. Poiché anche teorie estremamente consolidate - come la teoria dell’evoluzione - vedono sempre, periodicamente espresse, posizioni critiche, che non ce ne fosse una in un tema e un argomento così nuovo mi sembrava strano e peculiare. Per questo mi sono messo alla ricerca di articoli scientifici che affrontavano la questione con occhio scettico e ho cercato allora le opinioni contrarie. Da lì ho scoperto che una parte, forse preponderante, del mondo della ricerca, si era espressa più o meno contro certe ipotesi. Ho proposto l’analisi giornalistica a una casa editrice e a un responsabile che sapevo sensibile al tema, e ho iniziato a lavorare.

 

"Vedere che una o più ipotesi - ipotesi, non teorie - sono diventate quasi teorie monolitiche e indiscutibili, almeno nel mondo della divulgazione e nel senso comune (per non parlare della comunicazione più generalista) mi ha un po’ insospettito"

 

Nel libro si affronta soprattutto il delicato tema della presunta “intelligenza vegetale”, ma gli scienziati protagonisti di questa teoria sono noti anche per altre esternazioni, non a caso sempre molto legate a un’umanizzazione forzata del mondo vegetale (o alla risoluzione semplice di problemi assai complessi, vedi “mille miliardi di alberi per salvare il Pianeta”). Perché, secondo lei, questo approccio è oggi così “vincente” dal punto di vista divulgativo? E come mai, invece, può essere problematico per la corretta comprensione della realtà?

L’approccio che possiamo definire delle “piante intelligenti”, insieme all’altro delle “foreste altruiste”, vince nella comunicazione e anche nel giornalismo perché ha moltissimi pregi. È semplice, quasi sloganistico, è ricco di significati positivi, è consolante, è appagante e può essere usato come esempio per un’etica diversa da quella attuale, tutta volta all’aggressività, alla sopraffazione e alla esclusione dell’altro. Analizzandolo scientificamente mostra invece, secondo me, parecchi punti deboli, che però sono anche difficili da comunicare. Questo perché sono complessi e necessitano di approfondimenti che la comunicazione attuale non consente, specie se parliamo dei social.

Non posso dire sia del tutto sbagliato. Ad esempio, per una definizione estesa di intelligenza, le piante lo sono. Così come lo sono i batteri e di conseguenza tutti gli esseri viventi. Ma vederla così rischia di dipingere un’immagine della natura molto parziale e potrei dire zoomorfa, che vede le piante come dotate di proprietà e caratteristiche tipiche degli animali, solo quantitativamente inferiori.

L’ipotesi di un’intelligenza nelle piante inoltre non riesce a trasmettere quel carattere di alienità e distanza filogenetica ed evolutiva che è, invece, una delle caratteristiche del modo vegetale. Alienità che permetterebbe di vederle prima di tutto come i componenti più importanti degli ecosistemi terrestri. Sono il canale di entrata di tutta l’energia del sole che permette alle altre specie di sopravvivere. Ma per fare questo hanno imboccato una via metabolica e un ciclo di vita del tutto diversi, ancorché paralleli, a quella degli animali. Quella che ho chiamato zoomorfizzazione conferisce loro caratteristiche simil animali, e ci impedisce invece di studiare quelle qualità che sono proprie solo degli organismi autotrofi.

Per quanto riguarda invece le ipotesi sull’altruismo spinto e della cooperazione diffusa, è su questo punto di vista che si basano le proposte di un’etica ispirata al mondo della foresta. Il problema in questo caso sorge perché le teorie più solide della biologia (evoluzione ed ecologia) parlano invece di competizione, non solo di cooperazione, come di una forza che ha plasmato il mondo vivente. Parte delle motivazioni di Suzanne Simard (l’ecologa forestale che propone questo modo di vedere la foresta) vanno verso questa etica tipica delle foreste come giustificazione della protezione - assolutamente lodevole - dei territori coperti di alberi. Ma il giorno in cui si scoprisse che la sua idea ha poco rispondenza nella realtà - come dicono gli evoluzionisti - anche le proposte di protezione delle grandi distese di conifere del British Columbia verrebbero a cadere.

Infine basare il comportamento di una specie animale estremamente complessa come la nostra su quanto succede tra altre specie filogeneticamente distantissime - le piante - è anche filosoficamente un errore. La morale ce la dobbiamo dare noi, non prendere spunto dal mondo naturale, che ha percorso tutt’altra strada.

Per quanto riguarda altre proposte, come appunto quella da lei accennata dei “mille miliardi di alberi” (eco delle idee dell’ingegner Cane?) credo sia semplicemente una boutade comunicativa, uno slogan facilmente smontabile dagli esperti. Che però ha avuto molta risonanza soprattutto perché chi l’ha proposta si è creato una fama basata sulle ipotesi precedenti, quelle dell’intelligenza/coscienza delle piante.

 

"La zoomorfizzazione ci impedisce di studiare quelle qualità che sono proprie solo degli organismi autotrofi"

 

Nonostante le critiche da parte di una bella fetta del mondo scientifico a un certo modo di presentare i risultati delle ricerche che stanno alla base della presunta “intelligenza vegetale”, i protagonisti non sembrano voler cambiare di una virgola la loro narrazione, come se il confronto tra pari non valesse più nulla. Come mai? Che idea si è fatto lavorando al libro?

Non direi che i proponenti di queste idee si siano sottratti alla discussione, ma che l’hanno fatto solo nella letteratura scientifica. Nelle ricerche del libro ho accumulato numerosi articoli che rispondono alle critiche e alle perplessità del mondo della ricerca, tutti apparsi su riviste scientifiche, certo di non facile diffusione.

È nella comunicazione non specializzata e nella divulgazione scientifica o generalista che si nota questo messaggio monotòno. Ma d’altronde se una teoria proposta è vincente, e il suo fascino spazza via tutte le critiche e, anzi, impedisce ad esse di essere presenti e conosciute, perché - da parte di chi pensa che le piante siano intelligenti, coscienti o altruiste - cedere il terreno della comunicazione ai perplessi e ai critici?

Sono anche posizioni di potere (relativo) o presenza sui mezzi di comunicazione. In cui, come sappiamo, il contraddittorio vale solo per alcuni argomenti. Paradossalmente una teoria robustissima, come quella che imputa alla nostra specie le responsabilità del riscaldamento globale, ha più dibattiti - quasi del tutto inutili, anzi dannosi - rispetto a quelle di cui stiamo parlando.

 

Il suo libro, ancora prima di uscire, ha suscitato grande interesse, come se arrivasse a colmare un enorme vuoto. C’è una buona parte del mondo scientifico, ma anche della società, che inizia ad essere evidentemente irritata da una certa narrazione e dalle ingombranti figure dei vari “botanic-star”. Crede che questo fenomeno sia destinato a scemare nel tempo oppure, al contrario, che il tema dell’intelligenza vegetale avrà ancora ampi margini di diffusione e apprezzamento?

Se mi posso permettere una nota personale, io ho fatto quello che ho potuto. Non ho ovviamente voce in capitolo nel mondo scientifico diretto, né ho peraltro grande presenza sui social. Con questo libro credo, e spero, di aver dato qualche suggerimento a chi, nella ricerca e nelle società scientifiche, potrebbe dare un giudizio più obiettivo e sfaccettato su queste narrative.

Probabilmente, adesso la palla dovrebbe passare agli esperti di campi particolari, dalla fisiologia vegetale all’ecologia forestale, che devono esprimere il loro parere. E, attenzione, non è detto che sia del tutto contrario a queste ipotesi. Quello che mi piacerebbe è che i botanici e gli ecologi facciano notare come la narrativa vincente è estremamente limitata, se parliamo di foreste altruiste, o azzardata e probabilmente (ma è un parere mio personale) anche piuttosto debole dal punto di vista scientifico, se parliamo di intelligenza vegetale.

Se nessuno alza il ditino e afferma che la scienza si basa su ricerche più robuste e confermate, all’interno di un quadro di riferimento teorico estremamente solido come quello della teoria dell’evoluzione, credo che la narrativa si consoliderà ancora per qualche tempo. Anche se mi affido sempre, nei tempi lunghi, sul carattere autocorrettivo della ricerca scientifica e sulla necessità di conferme al di là del successo più o meno personale dei proponenti.

Io col mio libro posso fare molto poco. Oltre che suggerirlo e proporre di utilizzarlo come base di discussione.

 

"La palla dovrebbe passare agli esperti di campi particolari, dalla fisiologia vegetale all’ecologia forestale, che devono esprimere il loro parere"

 

Se dovesse sintetizzare poche regole di base per una corretta narrazione dei fenomeni che riguardano il mondo vegetale, da divulgatore scientifico, quali elencherebbe?

Vedere le piante per quel che sono, non come pallide ombre del mondo animale. Riconoscere e anzi celebrare la loro alterità o alienità quasi assoluta rispetto al mondo che conosciamo meglio, quello appunto delle specie animali. Liberarsi così della plant blindness (cecità rispetto alle piante) e arrivare infine alla protezione di interi ecosistemi terrestri e marini, non perché siano simili a quello che noi vorremmo o dovremmo essere, ma per la loro importanza e valore intrinseci, indipendentemente dalla dipendenza o meno di una specie dominante come l’uomo.

Una interessante video-intervista a Marco Ferrari a cura di Ruggero Rollini

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