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Gestione forestale

Castagno da legno o da frutto? Agricoltura, selvicoltura o agroforestry? …ma è proprio necessario scegliere?

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Castagno: legno o frutto? …ma è necessario scegliere?

di Tommaso La Mantia

Un’ampia e approfondita analisi storica della definizione dei boschi di castagno, delle loro produzioni e delle pratiche colturali che ne hanno caratterizzato l’evoluzione, fino a ricondurre il quadro alla realtà contemporanea. Ne emerge un insieme articolato di proposte, finalizzate a restituire a questa specie, con particolare riferimento al contesto siciliano, una definizione normativa adeguata e la considerazione nei vari contesti pianificatori per riconoscerne e valorizzarne la straordinaria versatilità.

La problematica castagno da frutto/castagno da legno è di grande attualità alla luce delle modifiche introdotte dal Testo Unico in materia di Foreste e Filiere forestali (TUFF) (cfr. Stefani 2026) e si interseca con la problematica degli abbandoni (Di Giovanntonio et al. 2022) ma anche, in Sicilia, con il mancato adeguamento normativo della Regione Siciliana, nonché dall’assenza della specie, al di là di generiche affermazioni, nei Piani Territoriali Paesistici della Regione Siciliana.
Più in generale, la specie non è oggetto di attenzione a dispetto di una presenza diffusa nel territorio e, in particolare sull’Etna, di un concreto utilizzo del legno e del frutto e di una serie di iniziative per la valorizzazione di questi prodotti che si susseguono per il rilancio e la conservazione della coltura.
È stata approfondita, rileggendo la letteratura scientifica nazionale sul castagno, se è sempre esistita una separazione rigida tra produzione di castagne e produzione di legno. Dalla ri-lettura della letteratura emerge come in realtà non ci sia mai stata, anzi tutt’altro, questa separazione, e si riflette, inoltre, sulla contraddizione tra questa rigida odierna divisione e l’auspicata diffusione dei sistemi agroforestali.

 

La lezione del passato, legno o frutto?

Le informazioni più antiche che si sono rivenute sui sistemi colturali “misti” del castagno vengono da Agnoletti (2020), che scrive come in Garfagnana alla fine del 400 quando “si effettuavano i tagli, venivano imposti l’innesto da 50 a 100 piedi di castagno per coltra (circa 400 m2)”.
Anche se mancano riferimenti, è ipotizzabile che le due forme di gestione nel corso dei secoli siano coesistiti sulle stesse superfici o anche su superfici diverse ma all’interno della stessa azienda, Vigiani (1908) nella sua opera sul castagneto da frutto scrive “Talvolta può darsi il caso di trovarci di fronte a piccole zone di ceduo in mezzo al castagneto da frutto”.
Non dobbiamo trascurare il fatto che nell’ottocento e nella metà del novecento ancora i boschi venivano classificati in funzione del prodotto diretto e “indiretto” che fornivano, Perona (1880) che fu tra le altre cose direttore dell’Istituto forestale di Vallombrosa e che scrisse numerose opere di selvicoltura (vedi Gabbrielli 2004) scrive “I boschi a produzione agrario-forestale, sono quelli dai quali, oltre i soliti prodotti boscherecci (legname, corteccie, semi, succhi, ecc.), si ricava altresì qualche prodotto agrario (erba, cereali, patate, ecc.) o per consociazione o per avvicendamento delle colture. N'è il primo caso allorquando si tengono gli alberi a tale distanza gli uni dagli altri, da poterne coltivare gl'intervalli vuoti a campo, o almeno utilizzarli a pascolo; oppure che gli alberi stessi forniscano principalmente prodotti agrarii (fogliame per mangime). È questa la solita maniera di governare le capitozze e gli scamolli, che perciò si chiamano anche mezzi boschi.”.
Premi (1914) citando e ampliando quanto scrive Perona (1880) riporta come i boschi venissero classificati oltre che in base alla modalità di riproduzione in base ai prodotti ottenibili:

  • “boschi per la produzione di legname e mangimi e frutti agricoli (boschi avvicendati, capitozze e sgamolli, boschi pascolivi);
  • boschi per la produzione di legname e cortecce per usi industriali (sommacchetti, sugherete, cedui da cortecciola);
  • boschi per la produzione di legname e materia da intreccio (vincheti);
  • boschi per la produzione di legnami e succhi (manneti, boschi da resina);
  • boschi per la produzione di legname e frutti e semi (castagneti, pinete, noccioleti).”.

Remondino (1926) descrive i Cedui misti con castagni da frutto “…ceduo in cui in parte delle ceppaie si sono lasciati crescere degli alberi a frutto innestandoli con varietà domestiche […] si rinviene in Piemonte (provincia di Alessandria) provincia di Cuneo, Napoli, Italia Centrale, ecc. nonché in Francia ed in Ispagna” e l’Alternanza di coltura del ceduo col seminativo. Questi due sistemi colturali hanno origine: i primi dalla conversione del ceduo a fustaia attraverso l’innesto dei polloni dovuta all’innalzamento del prezzo delle castagne mentre l’altra era dovuta al fatto che quando comincia a calare la produzione delle castagne “fra i trenta e quarant’anni” (a questa età il castagno è comunque ancora molto produttivo) dopo il taglio si coltivano “patate e fagioli nel primo anno, e poscia del grano con rotazione biennale sarchiata e grano” per 8-9 anni (su questo aspetto si veda il paragrafo successivo).
Illuminante su questo tema è quanto scrive il selvicoltore di origine siciliane Andrea Giacobbe che scrive del castagno e dei suoi utilizzi in numerose sue opere (vedi La Mantia 2021), ma in particolare, in un articolo del 1931 sul castagno da frutto, riprende alcuni concetti espressi nelle pubblicazioni precedenti “Il castagno è pianta da bosco; però, quando è allevato per il frutto, acquista per molti aspetti il caratteri di pianta agraria, o per lo meno costituisce un termine di passaggio fra la coltura silvana e l’arboricoltura”.
Ma soprattutto Giacobbe scrive un paragrafo che intitola “Tipi speciali di castagneto: il ceduo da frutto e la fustaia da frutto”. Quanto scrive Giacobbe è ripreso interamente da Polacco (1938), che descrive anche altre forme di gestione “Oltre alla tipica forma di coltivazione del castagno da frutto rappresentata dalla fustaia a prevalente produzione non legnosa (castagneto da frutto), esistono, in alcune regioni del Regno, altre particolari forme di coltivazione che meritano di essere ricordate per le loro singolari caratteristiche. Esse sono:

  • il ceduo composto cioè il ceduo di castagno in cui da parte delle ceppaie si lasciano crescere dei polloni che, innestati, danno origine a piante da frutto. Trova frequente diffusione nel Piemonte (Alessandria e Cuneo) e nell’Italia Centrale;
  • il ceduo da frutto: è forma caratteristica della regione del Vulture (Potenza) e di qualche zona del Piemonte. Dopo il taglio del ceduo il terreno, per un periodo di 8-9 anni, viene destinato a coltivazioni erbacee (cereali, patata, fagiolo); nel frattempo, verso il secondo o il terzo anno, si innestano i polloni (2-3 per ceppaia), il migliore dei quali viene destinato a pianta da frutto, che inizia a produrre 4 anni dopo l’innesto; a 50 anni di età si procede nuovamente al taglio;
  • la fustaia da frutto, diffusa sul Monte Amiata, è forma intermedia tra la fustaia a prevalente produzione legnosa e la fustaia a prevalente produzione non legnosa (castagneto da frutto): il numero di piante ad ettaro è notevole (a volte giunge a 800)”.

art.Castagno da legno o da frutto 1Ceduo matricinato in cui è evidente una elevata produzione di castagne

 Sul “ceduo da frutto” del Vulture dedicò un articolo specifico Pironti (1914) i cui contenuti sono ripresi da De Philippis (1985) che scrive nel capitolo dedicato al castagno “Una forma di trattamento è quella del ceduo da frutto, praticata in alcune località (Vulture, Piemonte). Dopo il taglio del ceduo il terreno viene lavorato e sottoposto a coltura agraria (patate, cereali, legumi) per 8-10 anni, poi a pascolo. Contemporaneamente al 3° anno si fa lo sfollo dei polloni, lasciandone da 1 a 3 per ceppaia innestandoli. Successivamente viene scelto il migliore dei polloni, per ogni ceppaia, e lasciato per fruttificazione. La fruttificazione è precoce (5-7 anni di età del pollone) ma declina presto, intorno ai 50 anni; a quest’età si effettua il taglio, ricominciando il ciclo.” E nelle note scrive “Una forma simile si osserva in qualche regione della Spagna (Galizia), dove il castagno viene capitozzato a turni di 20-25 anni. Si ha doppia produzione (frutto e legno) e la possibilità di esercitare in permanenza il pascolo.”.
Pironti (1914) illustra i vantaggi di questo sistema, tra cui la continuità del reddito e scrive “Intanto possiamo constatare che questo sistema di coltivazione del castagno tende a diffondersi; molti terreni nudi si impiantano infatti a castagneto, e vecchi castagneti da frutto si tagliano per innestare i polloni. Perfino in terreni vitati ho visto piantare il castagno allo scopo di allevarlo a ceduo da frutto. E questa è la migliore prova della bontà del sistema.”.
Fenaroli (1945) intitola un capitolo del suo fondamentale volume Il castagno, pianta forestale e agraria selva e palina” e scrive “Il taglio (del ceduo n.d.A.) può essere totale o più frequentemente si usa riservare un certo numero di pertiche (da 30 a 100 per ettaro), scelte fra le più vigorose, le quali cadranno al taglio solo alla fine di uno o più turni successivi fornendo allora assortimenti di pregio più elevato. La funzione di queste riserve o guide è importantissima, oltre che per la finalità economica sopra enunciata, per l'azione protettiva che esse esplicano sulle ceppaie denudate e sui polloni di nuova emissione, nonchè, nel caso di ceppaie deperite e in via di estinzione, per la funzione di matricine, atte, a rinnovare per disseminazione naturale il popolamento, colmandone gradualmente i vuoti. In terreni di buona fertilità si può vantaggiosamente provvedere all'innesto di detti Castagni selvatici con marze di razze domestiche ottenendo degli ottimi Castagni da frutto; avremo in tal caso un ceduo misto con Castagni da frutto il cui reddito è più elevato risultando assommata la duplice produzione del legno e delle castagne. Il numero dei polloni per ettaro da riservarsi come guide o matricine è determinato provincia per provincia dalle prescrizioni di massima emanate dalla Milizia forestale”. Merendi ne scriverà nell’Enciclopedia Agraria Italiana nel 1954.
Su questo tema ma più in generale sulle tecniche di impianto e innesto Cherubini (1981) scrive “Si può precisare che nei secoli passati le opinioni non erano le medesime o almeno così nette.”.
Si consideri comunque che non necessariamente le varietà da frutto non debbano produrre anche legno di alta qualità come riconosciuto nell’800 in Sicilia dove c’era una maggiore conoscenza di adesso delle varietà di castagno (La Mantia e Nunziata, in stampa). Manetti (in litteris) mi scrive delle “fustaie da frutto del Monte Amiata, realizzate con castagni di varietà “culobianco” che producevano legname di qualità - secondo gli anziani, esente da cipollatura - e castagne da farina, in passato erano piuttosto diffuse, mentre oggi credo ne rimangano soltanto pochi appezzamenti”.

 

Ovvero agricoltura, selvicoltura o agroforestry?

La polifunzionalità del castagno che è emersa nel paragrafo precedente viene sancita da molti autori, tra cui Remondino (1923a) che scrive che “il castagno appartiene in pari tempo alla coltura delle selve ed a quella dei fruttiferi” e Peglion (1937) che definisce il castagno da frutto “pianta semi-forestale”. Cherubini (1981) nel descrivere la peculiarità italiana dei castagneti scrive “Il castagno è così diventato qualche cosa di intermedio tra la pianta di bosco e la pianta agraria”. Remondino (1925) con riferimento all’utilizzo del castagno per l’estrazione del tannino scriverà “Nessun albero appartiene in pari tempo all’agricoltura, alla selvicoltura ed all’industria come il castagno.”.
Ma è la consociazione con le coltivazioni erbacee a fare del castagno nel passato una coltura agroforestale per eccellenza, oltre agli esempi visti nel paragrafo precedente, Perona (1880) scrive “Diconsi invece boschi avvicendati allorquando, fatto il taglio del soprassuolo, si coltiva il terreno per uno o più anni a campo.”. De Philippis (1985) a proposito delle consociazioni del Castagno scrive “I castagneti da frutto sono puri o, meno spesso, consociati temporaneamente o saltuariamente con le colture agrarie (cereali, patate, prati) o arboree (piante da frutto). Nelle fustaie a produzione mista e nei cedui, il castagno si associa ad altre specie del suo piano …”, si sottolinea come De Philippis scriva “Nelle fustaie a produzione mista” dando per scontato un sistema appunto misto per la produzione di frutti e legna. Sempre De Philippis (1985) riporta come nella zona Flegrea venisse seminata la ginestra dei carbonai al momento della ceduazione del castagneto che arricchisce il terreno di azoto e che viene tagliata al primo sfollo del castagneto al terzo anno.
Questi esempi non fanno che rafforzare storicamente la tautologia castagno-agroforestry, Paris e Cannata (1991) citano De Philippis a proposito della consociazione del castagno con le colture erbacee ma come abbiamo visto questa pratica era molto più diffusa. Sull’Etna, ad esempio, era prassi abituale quella di piantare la segale dopo la ceduazione fino al momento in cui la crescita delle piante di castagno non lo rendeva più possibile (vedi paragrafo successivo). Anche il Regio Decreto del 19 febbraio 1911, n. 188 al Capo III (Tutela dei castagneti) all’Art. 125 prevedeva “La coltura agraria consociata è libera nei castagneti non soggetti al vincolo forestale, a’ termini della legge 20 giugno 1877, n. 3917.”.
Non va trascurata la consociazione con altre specie arboree, Scuderi (1825-1829) descrivendo i noccioli dell’Etna scrive “Osservisi come lor proprietà particolare, che vegetano senz’alcun discapito all’ombra di altri alberi, e s'incontrano perciò di frequente tra i nostri castagneti.” sistema ancora oggi esistente anche sull’Etna e sui Nebrodi (Ciancio e Paratore, 2014).
Si consideri, ad arricchire la discussione e la problematica, che Ciancio et al. (2004) per le dinamiche successive alla conversione dei castagneti da frutto in cedui scrivono “ha portato all’applicazione di turni variabili in relazione alle richieste di particolari assortimenti. La produzione di paleria di varie dimensioni, in alcune aree, è divenuta un vero e proprio volano per lo sviluppo dell’economia rurale. La coltivazione del ceduo di castagno costituisce un termine di passaggio tra selvicoltura e arboricoltura da legno.”. Più recentemente nel lavoro di sintesi sul ceduo, Ciancio e Nocentini (2004) scrivono “Il ceduo si può considerare una forma colturale similare, almeno sotto alcuni aspetti e soprattutto negli obiettivi, all’arboricoltura da legno. Il portato prioritario dei due sistemi colturali, oltre la produzione di legno - che pure varia in qualità e in quantità - è la redditività della coltura.”. Si ricorda che il TUFF definisce arboricoltura da legno “la coltivazione di impianti arborei in terreni non boscati o soggetti ad ordinaria lavorazione agricola, finalizzata prevalentemente alla produzione di legno a uso industriale o energetico e che è liberamente reversibile al termine del ciclo colturale”.

art.Castagno da legno o da frutto 2Paletti di castagno, terrazzamenti e piante di vite creano un paesaggio esclusivo

La discussione attorno al tema coltura agraria-bosco travalica il mondo dei selvicoltori e degli agronomi e investe il mondo degli storici di chi da sempre è attento alla storia ambientale e sociale dei boschi, direi oltre i tecnicismi e oltre la mera descrizione del paesaggio ma dentro il paesaggio e le sue funzioni. Per inciso il castagno è protagonista anche in questo e i suoi studiosi parlano del paesaggio molto prima della sua accademica recente scoperta vedi Remondino (1923b) o Minà Palumbo (1855) che scrive “Sublime anche pel paesaggio è il castagneto”.
Lo storico Armerio (2002) scrive “Che si trattasse di alto fusto o di ceduo, comunque il castagno implicava un impegno colturale, certamente specifico per la particolarità di questa essenza, ma in qualche modo, a mio parere, emblematico di una realtà più vasta: sono molte ormai le ricerche che rivelano quanto lavoro e quanti saperi fossero sedimentati anche in paesaggi apparentemente poco addomesticati, come i boschi. Il castagneto era senza dubbio lo spazio arboreo più spurio, area di confine tra il domestico e il selvatico, tra il colto e lo spontaneo, tra il naturale e l’artificiale. Spesso il castagneto era considerato cosa diversa dal bosco: quello frutto del lavoro umano, questo prodotto dalla forza della natura. Di questa oscillazione semantica e concettuale è uno specchio, ad esempio, la Statistica francese, che colloca talvolta i castagneti tra le piante da frutto, tal’altra nella voce relativa ai boschi.”.
Ancora Armerio (2002), a cui si rimanda per un approfondimento di questi temi e anche alla sua ricca bibliografia, descrive in parte i sistemi agroforestali le imprecisioni della statistica connesse alla difficoltà di separare i due “utilizzi” del castagno e scrive quanto possiamo certamente sottoscrivere per la Sicilia “Per sapere come in concreto funzionasse questa castanicoltura servirebbero ovviamente ricerche mirate in grado di cogliere le interazioni tra saperi normativi e saperi empirici, tra pratiche diffuse e risultati ottenuti in termini economici ed ecologici.”.
Occorrerebbe anche abbattere i muri tra le discipline, uno studio siffatto non può prescindere ad esempio dalle ricerche di storici come Pietro Tino e Piero Bevilacqua per le regioni meridionali.
Tuttavia, nel tempo, i caratteri di questi sistemi si sono sempre più semplificati perdendo in buona parte i caratteri dei sistemi agroforestali (Cullotta et al. 1999).
Questi sistemi e quelli che vedremo dell’Etna ampliano i sistemi che Mariotti et al. (2019) hanno classificato nel loro contributo dal titolo significativo “Castagneti da frutto e da legno: è possibile mettere ordine nel marasma delle definizioni?”.

art.Castagno da legno o da frutto 2Il “castagno dei cento cavalli” simbolo della castanicoltura etnea

E in Sicilia?

La seppur non vasta letteratura siciliana sul castagno non riporta informazioni dettagliate sui sistemi di gestione in Sicilia che, dove presenti, riguardano essenzialmente il ceduo (Asciuto et al. 1988; Tropea 1956).
Il siciliano e grande naturalista Minà Palumbo (1855), descrivendo i castagneti destinati alla produzione di legno nelle Madonie scrive delle matricine “Che talune volte giungono ad una grande altezza (ne ho veduto più di settanta palmi (n.d.r. circa 18 m), ed allora danno anche un buon prodotto in castagne.”.
Morici (1894) per Castelbuono, nelle Madonie, lamenta il fatto che i tagli vengono fatti a 14-15 anni (per cerchi per la costruzione di “botti, tini, barili, ecc.”) mentre sarebbe utile farli più tardi (20-25 anni) anche per non perdere il “prodotto delle castagne che suole essere abbondante nelle piante adulte”. Fa esplicito riferimento al pascolo delle capre possibile dal quarto anno dopo il taglio e scrive di come gestire le matricine (“matricini o alberi di riserva (burduna)”, potarle essenzialmente.
Più recentemente sempre per le Madonie Schicchi et al. 1990, scrivono che il castagneto da frutto “risulta poco rappresentato; individui isolati o in modesti nuclei si trovano distribuiti invece entro le stesse espressioni boschive riconducibili ai cedui semplici. […]in territorio di Pollina […] tali castagneti, sono costituiti da individui spesso secolari, con tronco molto sviluppato, utilizzati per la produzione di frutti.”. Gli Autori segnalano altri castagneti da frutto a Polizzi Generosa e Castellana Sicula mentre negli altri paesi delle Madonie prevalgono i cedui.
Quel che è certo, anche in base agli studi portati avanti in questi anni, nell’isola il castagno da frutto ha subito una débâcle anche a causa delle patologie ciò ha determinato, come nel resto dell’Italia, la conversione dei castagneti da frutto in cedui ma soprattutto il taglio delle piante destinate alla produzione di castagne all’interno dei cedui (Asciuto et al. 1988; La Mantia et al. 1999, 2006; oss. ined.).
La situazione sull’Etna, dove abbiamo raccolto informazioni dai castanicoltori in questi anni (Messina in verbis) era variegata e coesistevano le diverse forme di governo e trattamento. Una tecnica abituale prevedeva interventi di spollonatura definiti “spadu” (l’operazione di spollonare le ceppaie del castagneto è chiamata spadari: VS -1977-2002-) dopo 4-5 anni dal taglio da cui si ottenevano delle fascine. Queste venivano utilizzate per realizzare nei pometi delle viminate per evitare i ruscellamenti, di questo è rimasta traccia nelle “Prescrizioni di Massima e di Polizia Forestale (PMPF) per i boschi di Catania, 2006” (Corpo Forestale 2006a) dove all’Art.4 “Esecuzione dei tagli in qualsiasi stagione per l’alto fusto” si scrive “È consentito utilizzare il materiale residuo per opere di difesa finalizzate al contenimento dell’erosione” e all’Art. 49 “Taglio delle piante di castagno” “Nei cedui castanili e nei castagneti ad alto fusto, con impianto artificiale su terreni acclivi e dove si appalesano erosioni al terreno, le ramaglie residue dei tagli devono essere utilizzate per fascinate rustiche poste a contenimento del dilavamento del terreno.”. Venivano anche utilizzate come fertilizzante interrandole in buche di 60-70 cm sotto l’albero, come si rinviene nella letteratura storica sul castagno quando era prassi abituale utilizzare tutti i residui di potatura e il litter come fertilizzante.
In qualche area, fino alla seconda metà del secolo scorso e in coincidenza con lo sviluppo nel ragusano della serricoltura, molti prodotti legnosi del castagno, di diverse dimensioni, dai paletti di grandi dimensioni a quelli fini, le cosiddette verghette, venivano utilizzati in questo settore (Caltabiano in verbis; Asciuto et al. 1988).
I tagli effettuati successivamente alla spollonatura, coincidevano in buona parte con il diradamento compiuto, in funzione dell’altitudine e dell’esposizione a partire dai 7 anni. È questo il sistema ancora in uso in alcune aziende, tra cui quella della famiglia Messina, un sistema che ricorda il ceduo a sterzo ma che a volere essere precisi è un ceduo a scelta all’interno della ceppaia e simile alla “Selvicoltura d’albero” praticata nei cedui (Manetti et al. 2017) (il “marasma” di Mariotti e colleghi aumenta!), in questo modo si riuscivano e si riescono ad ottenere produzioni differenziate che l’azienda Messina oggi utilizza soprattutto per avere dei tronchi di 20 cm e più di diametro ad esempio per l’ingegneria naturalistica. Questo sistema era in uso fino agli anni 70 del secolo scorso in alcune valli del Veneto per la produzione di paleria grossa (pali telegrafici o elettrici) e viene dettagliato in Del Favero (2004). Anche in altri paesi castanicoli (AA.VV. 2023) si segnalano alcuni sistemi selvicolturali in uso o proposti in Italia e Francia (Marcolin et al. 2023).
Altro fatto importante si praticava la spalcatura per ottenere dei tronchi senza nodi come veniva fatto sui pini larici (La Mantia et al. 2026) mentre tutto il legno di scarto veniva utilizzato o nelle attività domestiche o presso le fornaci per l’ottenimento della calce.
Il legno fornito dai castagneti dell’Etna non era comunque sufficiente a soddisfare le richieste soprattutto per l’ottenimento di botti in coincidenza con la crescita tumultuosa della viticoltura (Iachello 1991; Patanè 2019) che giungeva dalla vicina Calabria.
Il castagno era considerato “naturalmente” a duplice attitudine, frutto e legno, il materiale d’opera veniva considerato il prodotto principale mentre i pali erano considerati un prodotto secondario che veniva ottenuto con il materiale del diradamento.

Vicino alle case c’erano sempre dei “marroni”, piante innestate di varietà di castagne anche piccoline ma il cui epismerma si rimuoveva con facilità. Dopo i tagli coltivavano il grano Germano (u irmanu) così veniva chiamata la segale, tra i filari e fino a quando la copertura del castagno in crescita lo consentiva (di questo è rimasta traccia nelle suddette PMPF di Catania dove all’Art. 50 – “Castagneti da frutto” (e non nei cedui dove invece era in realtà praticata) è scritto che “La coltura agraria temporaneamente consociata può essere attuata previa autorizzazione rilasciata, nei castagneti da frutto ubicati su terreni assolutamente pianeggianti, dall'Ispettorato Ripartimentale delle Foreste il quale stabilisce all'uopo le modalità a prevenire i danni.”. Le castagne venivano conservate nei magazzini in alta quota e venivano “girate” per impedirne l’ammuffimento a volte venivano poste nelle cassette stratificate con la sabbia, la raccolta avveniva a novembre ma venivano vendute sino a dicembre.
Si consideri che oggi mediamente sull’Etna i turni dei cedui sono di 15-16 anni in relazione alla altitudine, ottenendo fondamentalmente della paleria e con un reddito di 3.000 euro l’ettaro sancendo di fatto il declino e l’abbandono della castanicoltura da legno sull’Etna. Non avendo, infatti, altri redditi, ed essendo antieconomici, non sono compiuti interventi di spollonatura e tutto ciò determina fenomeni di degrado, tra cui gli incendi che riescono ad interessare anche i castagneti sempre più frequentemente soprattutto nel periodo invernale e primaverile.

art.Castagno da legno o da frutto 4Gli incendi interessano sempre più anche i castagneti

Il nodo legislativo

La risoluzione di alcuni aspetti legislativi è fondamentale per potere affrontare alcuni problemi della castanicoltura connessi alla introduzione/utilizzo di germoplasma non siciliano. Si è quindi condotta una analisi della legislazione siciliana con riferimento ai castagneti.
Se parliamo di castagneti da frutto secondo la divisione operata dal TUFF nulla osta alla introduzione di varietà non siciliane. Tuttavia, la Legge Regionale 6 aprile 1996, n. 16 (Riordino della legislazione in materia forestale e di tutela della vegetazione) all’Art. 4 - Definizione di bosco scrive:

  1. Si definisce bosco a tutti gli effetti di legge una superficie di terreno di estensione non inferiore a 5.000 m² in cui sono presenti piante forestali, arboree e/o arbustive, destinate a formazioni stabili, in qualsiasi stadio di sviluppo, che determinano una copertura del suolo non inferiore al 50 per cento.
  2. Si considerano altresì boschi, sempreché di dimensioni non inferiori a quelle di cui al comma 1, le formazioni rupestri e ripariali, la bassa ed alta macchia mediterranea, nonché i castagneti anche da frutto (sottolineatura dell’autore) e le fasce forestali di larghezza media non inferiore a 25 metri.

La Legge Regionale 19 agosto 1999, n. 13 (Modifiche alla legge regionale 6 aprile 1996, n. 16, concernente "Riordino della legislazione in materia forestale e di tutela della vegetazione") modifica il comma 1 “Si definisce bosco a tutti gli effetti di legge una superficie di terreno di estensione non inferiore a 10.000 m² in cui sono presenti piante forestali, arboree o arbustive, destinate a formazioni stabili, in qualsiasi stadio di sviluppo, che determinano una copertura del suolo non inferiore al 50 per cento.” ma lascia inalterato il comma 2.
In seguito, la Legge Regionale 14 aprile 2006, n. 14 (Modifiche ed integrazioni alla Legge Regionale 6 aprile 1996, n. 16, "Riordino della legislazione in materia forestale e di tutela della vegetazione") all’Art. 4. Definizione di bosco scrive “All'articolo 4 della legge regionale 6 aprile 1996, n. 16 e successive modifiche ed integrazioni, ha aggiunto il seguente comma: 5 bis. Per quanto non diversamente disposto trova applicazione anche nella Regione siciliana la definizione di bosco di cui alla vigente normativa nazionale.".
Non modificando quindi la condizione dei castagneti da frutto che sono considerati bosco.
Bisogna considerare che i boschi in Sicilia sono operativamente gestiti ancora sulla base delle PMPF provinciali. Nocentini (2023) ha scritto “Poiché la pianificazione forestale non ha avuto in Italia quella diffusione che il legislatore ha sempre auspicato, soprattutto nei boschi di proprietà privata, ma anche in certa misura per i boschi pubblici […], le PMPF sono divenute il riferimento tecnico per la gestione della gran parte dei boschi italiani per un lungo periodo di tempo. In effetti, si può dire che esse abbiano rappresentato lo specchio della gestione forestale reale”. In Sicilia questo tempo dura ancora.
Le PMPF di Catania (Corpo Forestale 2006 a) all’Art. 51 “Cedui semplici – riserve di matricine”, indicano che “Il taglio dei boschi cedui deve essere eseguito in modo da riservare almeno 100 matricine per ettaro”. Mori (2023) a conclusione del dossier sulla “Castanicoltura da legno: stato dell'arte e criticità” (si consiglia la lettura di tutti gli articoli del dossier che affrontano le problematiche di questo articolo) oltre ad insistere sulla “possibile discordanza tra le indicazioni che si ricavano dai risultati della ricerca e ciò che invece impongono le norme vigenti” e sul fatto che per il castagno “occorrerebbero regole più articolate e flessibili” scrive che “il rilascio di matricine è palesemente dannoso per la produzione del ceduo e non utile ad altre finalità”.
Le prescrizioni della provincia di Palermo (Corpo Forestale 2006b), invece, all’Art. 49 “Cedui semplici – Riserve di matricine” scrivono che nei “cedui di castagno […] le matricine non possono essere inferiori a quaranta”. Ancora le prescrizioni della provincia di Messina (Corpo Forestale 2006c), non danno nessuna di queste indicazioni ma all’Art.53 “Taglio delle piante di castagno” si scrive che questo “è soggetto alle norme del R.D. 18 giugno 1931, n.973” cioè del Regio Decreto-Legge 18 giugno 1931, n.973 – Provvedimenti per la tutela dei castagneti e per il controllo delle fabbriche per la produzione del tannino dal legno di castagno-. Le PMPF siciliane fanno continuo riferimento a questa legge.
Infine, le PMPF della provincia di Palermo (Corpo Forestale 2006b) all’Art. 48 “Castagneti da frutto” scrivono che in questi è permesso l’”esecuzione degli innesti”. Quindi nei castagneti di Palermo, che secondo le leggi viste prima sono da considerare boschi in funzione delle loro dimensioni, si possono operare degli innesti mentre a Catania e a Messina non è previsto!
Si consideri che il Piano Forestale Regionale 2021-2025 alla voce “Azioni di gestione e miglioramento dei boschi esistenti - T10 - Interventi di miglioramento delle formazioni forestali che forniscono prodotti non legnosi (castagneti, noccioleti, frassineti da manna, sugherete)” così scrive:
I castagneti da frutto costituiscono realtà molto circoscritte in Sicilia, poiché la maggior parte delle (poche) formazioni allevate a fustaia per la produzione di frutto sono state ceduate per fronteggiare le emergenze sanitarie. Purtuttavia anche i soprassuoli cedui possono svolgere un ruolo produttivo rivitalizzando localmente attività tradizionali. Poiché anche le normative adottate dai parchi prevedono l’impiego di materiale di questa specie per le finiture e i serramenti nell’edilizia locale, si può prevedere un certo interesse nel recupero funzionale di queste formazioni. Allo scopo potranno essere intraprese attività colturali volte a:

  • cura e recupero produttivo di cedui, con interventi di selezione dei polloni, scelta di piante portaseme, potature;
  • nei cedui degradati sono da favorirsi interventi di recupero della facoltà pollonifera e di stimolo delle ceppaie tramite tramarrature e succisione;
  • assistenza tecnica per la redazione e l’applicazione dei piani;
  • azioni e interventi di tutela dagli incendi boschivi e, nelle aree in rinnovazione, dal pascolo domestico e selvatico;
  • formazione professionale volta all’introduzione di nuove tecniche per l’utilizzazione e la trasformazione del materiale legnoso;
  • la formazione, il sostegno tecnico alla filiera delle imprese locali di trasformazione e commercializzazione”.

Come evidente pur essendo l’azione per le formazioni forestali che forniscono prodotti non legnosi, le attività sono indirizzate alla gestione del ceduo e al loro recupero che non sono tra gli scopi dell’articolo e per i quali si rimanda quindi alla letteratura specifica (Pividori et al. 2023).
Per i boschi di castagno (sempre sensu TUFF) bisogna fare riferimento al Decreto Legislativo n. 386 del 10 Novembre 2003 (“Attuazione della Direttiva 1999/105/CE relativa alla commercializzazione dei materiali forestali di moltiplicazione”), che fornisce gli strumenti per la tracciabilità del materiale di propagazione forestale utilizzato all’interno del territorio nazionale e alle leggi e decreti della Regione siciliana che hanno fatto seguito al Decreto e che hanno istituito il registro regionale dei materiali di base in Sicilia (vedi Badalamenti e La Mantia 2025).
La legislazione vigente prevede che i materiali di moltiplicazione utilizzabili per il castagno provengano dai 6 siti di raccolta individuati per la regione di provenienza 7.1 e dai 3 per la regione di provenienza 7.2 (Badalamenti et al. 2025).

 

Proposte e conclusioni

Le proposte per il rilancio della castanicoltura siciliana e dell’Etna in particolare non sono, in parte, dissimili da quelle della castanicoltura italiana rintracciabili nella vasta letteratura sul tema e al quale si rimanda. Le specifiche necessità della castanicoltura siciliana sono state evidenziate in numerosi convegni nei quali sono state avanzate delle proposte come nel documento di restituzione dei lavori del Convegno tenutosi all’Ecomuseo del Castagno dell’Etna l’11 novembre 2023 “Il Castagno come elemento per lo sviluppo locale. Risultati Sfide e nuove prospettive”.
Qui si sintetizzano alcune di queste ricollegandole a quanto sviluppato nell’articolo cioè alla necessità che coesistano le produzioni di legno e frutto. Si sottolinea che le nostre proposte prevedono il rilascio di un numero molto ridotto di matricine/castagni da frutto.

Modifica della legislazione

È necessario apportare modifiche, in maniera snella, della legislazione esistente, adeguandosi al TUFF, separando cioè castagneti da frutto dal bosco. Ma questa misura non è risolutiva, infatti, come abbiamo visto, e speriamo dimostrato, la coesistenza di piante per la produzione di frutto e legno è possibile e auspicabile. Certamente bisogna correggere, aggiornare e uniformare le PMPF.

Castagneti da frutto

La modifica della legislazione dovrebbe consentire l’innesto delle “matricine” (si tratta di polloni selezionati, la rinnovazione naturale è molto scarsa) garantendo un reddito ai castanicoltori la cui produzione del legno rimane l’obiettivo principale attraverso l’utilizzo di varietà anche non siciliane idonee alla produzione di frutti.
Ciò garantirebbe altri redditi e, in un circolo virtuoso, consentirebbe cure colturali adeguate.

Castagneti da legno

Rimane il problema della potenziale immissione di germoplasma “alloctono“ che per una specie di dubbio indigenato e con strutture regolari è comunque ambiguo e rende opinabile questa applicazione.
Andrebbe, almeno, consentito l’utilizzo di varietà di piante innestate da più di 50 anni (La Mantia e Nunziata, in stampa) - prima cioè della legislazione per il settore forestale relativa alla conservazione delle risorse genetiche e della vivaistica (Badalamenti e La Mantia 2025) - e che analisi genetiche dimostrano essere l’’Nserta Calabrese’ regolarmente iscritta al Registro nazionale delle varietà di piante da frutto ammesse alla commercializzazione in Italia (Nunziata in verbis).
Bisogna considerare tuttavia che, come dimostrato proprio per il castagno, il polline si sposta anche per 20 chilometri (Nunziata et al. 2024).

Misure di sostegno

Mettere in atto, attraverso misure ad esempio del “Piano strategico della PAC - PSP 2023 - 2027”, azioni specifiche di sostegno per la castanicoltura che prevedano:

2a) sostegni a sviluppare l’associazionismo tra i castanicoltori, in ossequio inoltre a quanto previsto dal TUFF e dalla Strategia Forestale Nazionale (vedi Pettenella e Loreggian 2023). L’associazionismo tra i produttori è individuato tra gli strumenti per il contrasto dell'abbandono dei boschi (Pettenella e Loreggian 2023) e, ove si estendesse tale strumento a tutta la filiera, si arriverebbe a garantire forza ad un settore particolarmente frammentato.

2b) interventi per la gestione ordinaria e straordinaria dei castagneti tra cui il ripristino delle recinzioni. Tra le misure vanno previste quelle atte ad impedire il saccheggio dei castagneti dell’Etna, anche attraverso il controllo delle forze dell’ordine, è un fenomeno che assume caratteri di emergenza delinquenziale in parte sottovalutato!

Anche altre misure sarebbero necessarie per la conservazione e la rivitalizzazione, non c’è conservazione senza rivitalizzazione come dimostra la vicenda del nocciolo (che convive in parte con il castagno) la valorizzazione delle nocciole ha determinato un rilancio della coltura e soprattutto come è evidente a chi visita le zone dell’Etna ad una ri-messa in coltura dei noccioleti che sta cancellando in poco tempo decenni di abbandono. Ad esempio, l’attivazione di una stufa collettiva per accelerare la fase di stagionatura, attivare dei processi per la valorizzazione del tannino come avviene in altre parti d’Italia, ecc.
Naturalmente ciò determinerebbe un circolo virtuoso, la maggiore presenza delle persone del territorio servirebbe ad esempio a ridurre il fenomeno drammatico delle discariche, vera emergenza sull’Etna.
Bisogna superare alcune rigidità nelle norme di cui, si badi bene, c’è un gran bisogno, ma le norme sono un ottimo sistema per eludere la complessità dei sistemi biologici determinati dall’azione dell’uomo.
Il problema è grande e come scrive Bateson (1984) “Pare che esista una sorta di legge di Gresham dell’evoluzione culturale, secondo la quale le idee ultra semplificate finiscono con lo spodestare quelle più elaborate”.

 

Ringraziamenti - L’autore ringrazia: Massimo Messina e Giambattista Caltabiano, castanicoltori dell’Etna per le preziose informazioni sui sistemi di gestione attuati oggi e in passato sull’Etna; Lavinia Lo Faro e tutta l’Associazione Trucioli e l’Ecomuseo del Castagno di Fornazzo, per l’instancabile attività per il sostegno e il rilancio della castanicoltura dell’Etna e Angelina Nunziata del CREA per la rilettura critica.
Un sentito ringraziamento Enrico Marcolin dell’Università di Padova e Maria Chiara Manetti del CREA per i preziosi suggerimenti e la proficua discussione che ha consentito di migliorare molto l’articolo.
La ricerca storica non sarebbe stata possibile senza la disponibilità del personale della Biblioteca di Scienze Agrarie, Alimentari e Forestali (SAGFO), e in particolare di Daniela Patti che ringrazio sentitamente.

Autore:

Tommaso La Mantia, Università degli studi di Palermo. E-mail:

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