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Alberi Monumentali e cedui invecchiati

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Alberi Monumentali e cedui invecchiati
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di Claudio Ciardi

 “Costruire può essere un lento e laborioso compito di anni. Distruggere può essere l’atto sconsiderato di un singolo giorno.” Winston Churchill

 

Parte prima: risposta diretta all’articolo sull’abbattimento del “Sycamore Gap”

Caro Paolo,

Ci conosciamo da trent’anni ormai e abbiamo avute parecchio discussioni. Non sempre siamo d’accordo su tutto. Parto dalla tue riflessioni sull’abbattimento del c.d. “Albero di Robin Hood” al Sycamore Gap, avvenuto al Vallo di Adriano, nel Regno Unito, al confine tra Scozia ed Inghilterra, che hai commentato di recente.

Ritieni, come il Giudice che ha condannato i due soggetti autori dell’atto, che il gesto sia “stupido ed insensato”, fatto solo per “postare” il video sui social e farsi una celebrità.

Proprio dai social e dalla funzione sempre crescente della c.d. “Intelligenza Artificiale” voglio partire. Il progresso tecnologico è come un’ondata di piena, puoi regimarlo, rallentarne il deflusso, ma non puoi fermarlo. Però puntare massicciamente sulle tecnologie scordando le lezioni millenarie del pensiero umano, (da Socrate in poi), è semplicemente demenziale. E’ ovvio che a certa parte oligarchica (uso il termine greco volutamente e con cognizione di causa) questo fenomeno di demenza non pensante sta bene. Recentemente il Professor A. Barbero in una sua lectio magistralis sulla democrazia a partire da Atene antica ha detto che alle Oligarchie la Democrazia non sta bene, perché non possono comandare a loro piacimento, loro che si sentono investiti di chissà quale missione divina. A conferma di questo basterebbe sentire qualche discorso del segretario del World Economic Forum di Davos sulla sovrappopolazione mondiale e sulle “bocche inutili” da sfamare. Ma il discorso è molto più vecchio e complesso.

Ricordiamo FeldMaresciallo Prussiano  Helmuth von Moltke (1800 -1891), vincitore della battaglia di Sadowa (1866) e del Generale Tedesco Kurt Von Hammerstein Equord (1878 – 1943), fervente antinazista (si dimostrò estremamente ostile al partito nazista salito al potere nel 1933, definendolo “una banda di criminali e pervertiti”) cui è attribuita una storica frase circa l'esercito tedesco:

” Io divido i miei ufficiali in quattro gruppi: 1. gli intelligenti, 2 i diligenti,  3 gli stupidi, 4 i pigri. Normalmente due di queste caratteristiche sono combinate tra loro nella stessa persona. Alcuni sono intelligenti e diligenti ed il loro posto è nello staff generale. Gli altri sono stupidi e pigri ed il 90% delle loro attività quotidiane possono essere paragonate a quelle degli animali. Chi è intelligente e pigro è qualificato per I massimi incarichi di leadership, perché possiede la necessaria chiarezza intellettuale e compostezza per le decisioni più impegnative. Chi è invece stupido e diligente non gli deve essere affidato alcun incarico di peso a causa della sua irresponsabilità, ma deve solo eseguire.” Io penso che con le moderne tecnologie prese e apprese acriticamente stiano emergendo un sacco di persone della categoria disprezzata dal Generale Hammerstein: cioè gli stupidi e diligenti.

Queste persone vivono solo dell’apparenza e dei social, quindi farebbero di tutto pur  di apparire, compreso abbattere alberi secolari appartenenti ormai di diritto al patrimonio culturale dell’umanità, come l’Albero di Robin Hood al Sycamore Gap.

E’ ovvio che quando soggetti simili intervengono per farsi un selfie o qualcosa di similare abbattendo un albero di 150 anni simbolo culturale per l’intera umanità, il disprezzo dell’umanità è quasi unanime, il frastuono mediatico è massimo e il gesto è condannato come “stupido ed insensato”.

Comunque tu hai fatto bene a non calcare la mano sulla condanna spettacolare, ma piuttosto a cercare di individuare una o più soluzioni che permettano di evitare in un futuro prossimo simili avvenimenti, puntando massicciamente su “formazione ed informazione”, almeno per coloro che sono affetti da “ignoranza occasionale”.

 

Parte seconda: considerazioni generali  e personali sui tagli arborei

Ma quello che vale per l’Albero di Robin Hood forse non è valido anche per interi popolamenti forestali? Forse che riceduare un bosco “abbandonato” da oltre 60 anni dalla coltivazione a ceduo e ormai invecchiato a fase di “soprassuolo transitorio” è meno grave se magari è inserito nella cultura e nella tradizione locale di popolazioni di montagna dell’Appennino?

Abbastanza di recente, sempre su Sherwood on line, ho letto un articolo del Professor Federico Selvi dell’Università di Firenze sulle conseguenze di un taglio ceduo nel Bosco di Castelvecchio di San Gimignano (SI), a cinque anni dal taglio, che condivido pienamente: non si può trattare un ceduo invecchiato di 40/50 anni o più come ceduo, anzitutto perché le specie aliene più aggressive (leggi Ailanto e Robinia) subentreranno a mutare pesantemente la composizione floristica del bosco futuro, ma soprattutto  perché ormai il bosco ha avviato la sua naturale evoluzione che l’uomo deve guidare per trarre il massimo vantaggio dagli assortimenti forestali che deve ritrarre oggi e, soprattutto, un domani nel futuro.

Magari riceduare la Macchia della Magona a Bibbona (Livorno), tagliando anche il secolare “Leccio di Righino” (toponimo locale dei residenti di Bibbona) è meno grave? So che l’argomento ceduo è molto divisivo, i fautori di tale forma di governo sono molteplici e anche scientificamente molto preparati. D’altronde ricordo bene che ai tempi degli studi universitari di Scienze Forestali, il Professor Pietro Piussi affermava su basi scientifiche che il bosco ceduo era andato avanti in maniera sostenibile in talune zone d’Italia per mille anni e oltre, senza alcuna traccia della sua presunta non sostenibilità. E’ anche certo che nel suo libro “Storia dei boschi – Dalle origini ad oggi - (Der Wald. Natur und Geschichte)”, il Geobotanico tedesco Hans Jorg Kuster afferma che il Faggio, non sopportando una continua ceduazione, era scomparso o quasi da parecchie zone della Germania, ecco perché forse con  maestria i boscaioli dell’Appennino effettuavano il taglio ceduo a sterzo, prelevando solo un terzo dei polloni delle varie età ( 1t, 2t e 3t).  Tale forma di ceduazione oggi sarebbe impossibile o economicamente non conveniente. In un recente Convegno a Vallombrosa, commemorando la figura e l’opera del Professor Giovanni Bernetti, il Professor Orazio La Marca ha presentato un volume sui contributi scientifici scritti sui boschi cedui con conclusioni inequivocabili. Tutti sappiamo, ad esempio, che se si avvia all’alto fusto un bosco di Faggio o di Leccio otteniamo sì dei boschi climax, ma estremamente poveri di biodiversità: Faggio e Leccio “uccidono” praticamente tutte le altre specie forestali.

Sul numero 278 di Sherwood compare la scritta: “Il Focus affronta invece la complessità dei boschi cedui, sottolineando l’importanza di approcci specifici nei diversi contesti e del dialogo tra ricerca e pratica. Di cedui si parla anche nello Scripta Manent, con una frase di Giovanni Bernetti del 1993 che richiama l’esigenza di politiche capaci di “recuperare la reputazione” di questi boschi, e nel Punto di domanda, dove le critiche mosse da guide ambientali ai tagli in Toscana riaccendono il dibattito: serve superare i conflitti, valorizzare la multifunzionalità e costruire convivenze sostenibili tra produzione, tutela e fruizione.”

Come premesso io che sono anarchico e pragmatico non demonizzo il governo a ceduo, dico solo (senza tema di smentita) che è una forma di selvicoltura estremamente “povera”  e che, in taluni casi, potrebbe essere tranquillamente superata.

Anche il botanico Cesare Lasen nel suo articolo “ Boschi cedui e biodiversità: considerazioni di un botanico” afferma due cose: che né il ceduo può essere sempre considerato “cattivo”, né che la fustaia può essere sempre considerata ”buona”.

Quindi si torna all’asserzione della valutazione “ caso per caso”.

Gli antichi Romani avevano una bella allocuzione: “est modus in rebus”, esiste una misura nelle cose. Le utilizzazioni forestali sono una necessità per gli uomini che hanno bisogno dei prodotti legnosi, non per le foreste, che di tagli farebbero anche volentieri a meno. A mio giudizio è il caso di dosare tali utilizzazioni in modo da rispettare anche i valori colturali e culturali di certi popolamenti, anche se questo vuol dire avere qualche macchinario da esbosco pesante in meno e qualche verricello e trattore forestale leggero in più. Come avevo già espresso in altre sedi la mia non è un’avversità assoluta o l’essere assolutamente contrario alle utilizzazioni forestali a prescindere; ma valutare i singoli casi uno per uno. Conosco il paese di Sestino sull’Alpe della Luna in Provincia di Arezzo ed il suo entroterra fatto soprattutto di pascoli per l’allevamento della razza Chianina e di boschi cedui misti di latifoglie a prevalenza quercina, dove esiste una presenza umana costante in bosco e dove l’utilizzazione dei cedui serve per procurarsi la legna da ardere per il riscaldamento domestico e serve anche per l’integrazione a reddito degli agricoltori e degli allevatori di media montagna, che integrano tale reddito con la vendita di legna da ardere per altre situazioni che ne sono prive, garantendo al contempo una presenza umana in montagna apportatrice anche di regimazione delle acque. Magari gli stessi agricoltori sono anche cacciatori di ungulati che impediscono una regolare rinnovazione del bosco, riducendo talvolta il ceduo appena utilizzato a prato pascolo ( Hermanin, Covegno Vallombrosa 15 Luglio 2025), mangiando ogni ricaccio delle ceppaie. In tal caso o casi simili il prelievo venatorio ed il taglio il ceduo, oltre che una forma di governo del bosco, sono una necessità.

Ma che dire dei Demani e Patrimoni degli Enti Pubblici. Anche essi devono essere ceduati oppure sarebbe meglio, nell’ottica di avere una selvicoltura meno “di sussistenza”, avviarli verso una forma di alto fusto? Ovviamente ciò andrebbe fatto sui terreni più favorevoli e laddove la possibilità di inserimento di specie pregiate, che so il Ciavardello (Torminalis glaberrima Gand. Sennikov & Kurtto, 2017) ) è maggiore, praticando, di concerto con le maestranze agricolo - forestali locali, anche una certa “selvicoltura d’albero” tesa a favorire tali individui e la biodiversità. Recentemente ho appreso con immenso piacere che il Patrimonio Forestale Regionale della Toscana ha acquisito la doppia certificazione forestale PEFC e FSC nei Complessi Forestali dell’Alpe della Luna e dell’Alto Tevere, in Valtiberina Toscana in Provincia di Arezzo. Sono Complessi forestali di circa 8.000 ettari complessivi che conosco molto bene, avendo lavorato per due anni come Tecnico all’Ufficio del Demanio Forestale della scomparsa Comunità Montana della Valtiberina Toscana presso Pieve santo Stefano fra il 1996 ed il 1998. Credo che questa sia una via maestra da perseguire assolutamente. E che dire dei fondi Europei? Forse non sarebbe meglio indirizzarli per una gestione associata delle foreste private, in una loro pianificazione forestale continua ed in un’attività di evoluzione dei popolamenti più adatti verso forme di selvicoltura meno “di sussistenza”, anziché favorire l’acquisto di macchinari forestali “pesanti” ed inadatti ai nostri climi e condizioni stazionali perché studiati per i popolamenti di conifere del Nord Europa?

Così come tutti ci mettiamo nei panni di coloro che, sdegnati, condannano gli energumeni che hanno tagliato l’Albero di Robin Hood, commettendo oltre che uno sfregio un reato ambientale, forse, soprattutto noi Forestali, dovremmo metterci nei panni di coloro che, di fronte ad un taglio ceduo, per quanto eseguito a regola d’arte e nel pieno rispetto delle norme vigenti in una data zona, si indignano. Forse le consideriamo persone non competenti, ma per loro il bosco che vedevano prima non c’è più e, come nell’articolo del Professor Federico Selvi, ci vorranno almeno 40/50 anni perché possa ricrescere e ritornare com’era al momento zero prima del taglio, per quei popolamenti cedui “oltre turno”. Capisco che il taglio è fatto in bosco ceduo a regola d’arte, ma essendo un ceduo “invecchiato” viene percepito diversamente da coscienze più “sensibili”.

Te lo avevo già espresso in un altro mio scritto dopo una precedente monografia sui cedui comparsa su Sherwood tre anni fa: bisognerebbe distinguere caso per caso se è possibile continuare con il governo a ceduo oppure passare ad una forma di selvicoltura più complessa e strutturata, usando per i privati come leva i fondi dell’Unione Europea per lo Sviluppo Rurale, anche perché se si vede la “ratio” dello Sviluppo Rurale applicato al Settore Forestale, solo passando ad una Selvicoltura più “evoluta” si ha veramente sviluppo. Capisco che questo comporta rischi notevoli dal punto di vista economico, ma forse i maggiori costi e rischi potrebbero essere compensati inizialmente con un accorto uso dei Fondi dell’Unione Europea.

Insomma quello che vorrei affermare infine è che se il taglio dell’Albero di Robin Hood è stato “stupido ed insensato”, oltre che un reato, forse voler persistere nella direzione di proseguire con la politica forestale attuale, anziché pensare che potremmo agire diversamente e immagazzinare una notevole quantità in più di CO2; anche perché, considerando quanto “energivora” sia l’innovazione tecnologica in corso e l’Intelligenza Artificiale  ( con i suoi server e le tecnologie annesse), per produrre una maggiore quantità di energia da utilizzare o si fanno le centrali nucleari o si fa sì che le nostre foreste assorbano e trattengano il più a lungo possibile più carbonio possibile prodotto con i combustibili attuali (fossili); le energie rinnovabili possono sì fornire un contributo notevole, ma tutto sommato limitato ad una certa percentuale che, per quanto elevata, non rappresenta attualmente tutto il fabbisogno energetico necessario ad uno sviluppo tecnologico così impetuoso.

Voglio infine ricordare altre due frasi del Primo Ministro inglese Winston Churchill: “Il successo non è mai definitivo, il fallimento non è mai fatale; quello che conta è il coraggio di andare avanti”. “Chi non cambia idea mai, non cambia mai niente. Solo gli imbecilli non cambiano mai opinione”, anche se quest’ultima parte è stata attribuita precedentemente anche al politico statunitense J. Russel Lowell.

Claudio Ciardi
Dottore Forestale

Effettivamente...non siamo d'accordo su tutto

Caro Claudio,

ho letto con attenzione il tuo articolato contributo. Apprezzo la passione con cui affronti i temi e così come molte delle tue considerazioni, ma come tu stesso anticipi, non siamo d’accordo su tutto.

In particolare non condivido la similitudine che proponi tra l’abbattimento criminoso e illegittimo dell’acero montano del Sycamore Gap e l’utilizzazione di un bosco ceduo. Nel primo caso siamo davanti a un gesto fuori da ogni legge, che ha causato una perdita irreversibile di un bene paesaggistico e culturale riconosciuto a livello mondiale: è naturale che l’indignazione sia unanime. Nel secondo, invece, parliamo di un’attività prevista e disciplinata dalla normativa, autorizzata da enti competenti e che rappresenta l’esercizio del diritto del proprietario sul proprio bosco.

Il problema dell’indignazione in quel caso non è il taglio in sé ma lo scarto culturale tra chi osserva e chi agisce. Chi osserva ha una errata percezione di ciò che sta accadendo, ma noi vorremmo che a cambiare atteggiamento fosse l’osservato e questo non lo condivido

Poi condivido solo in parte quando scrivi che forse non bisognerebbe intervenire su cedui di 50 o 60 anni. Come scrivi tu  "est modus in rebus" e quindi, anche in quella situazione limite, va valutato caso per caso, non è solo l’età a dover essere considerata, ma molti altri fattori ambientali e sociali, oltre all'indennizzo che dovrebbe essere previsto per chi viene privato di un diritto soggettivo a favore di un bene comune più grande.

Paolo Mori
Sherwood - Foreste ed Alberi Oggi

 

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