di Paolo Mori
In Italia quella della pioppicoltura è una filiera che, pur essendo ben nota agli addetti ai lavori, fatica spesso a trovare il giusto spazio nel dibattito pubblico. Eppure, rappresenta da decenni una delle esperienze più concrete di produzione nazionale di legno fuori foresta, con una filiera industriale strutturata, una tradizione tecnico-scientifica riconosciuta e una domanda di materia prima che, oggi, il nostro Paese non riesce a soddisfare pienamente.
Per questo è particolarmente interessante il documento su “Azioni dirette al rafforzamento della bioeconomia circolare del pioppo” prodotto a maggio dal Comitato nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita, che fa riferimento alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Il testo, dopo aver inquadrato l’importanza della pioppicoltura in Italia, prova a delineare un possibile assetto organizzativo per far funzionare meglio il “sistema pioppo”. Ed è forse questo uno degli elementi più rilevanti: non una semplice difesa di settore, ma il tentativo di comporre in una visione unitaria tra competenze agricole, forestali, ambientali, industriali, scientifiche ed economiche.
Tra gli elementi positivi messi in evidenza dal documento c’è innanzitutto l’ampliamento del campo di intervento della pioppicoltura. Il pioppo non viene considerato soltanto come coltura specializzata per la produzione di tondame destinato all’industria, ma anche come componente di sistemi policiclici, fasce tampone e forme diverse di agroforestazione. In questa prospettiva, la filiera produttiva non è separata dalle funzioni ambientali, ma può diventare parte di un paesaggio agricolo più articolato, capace di integrare in maniera più efficace e consapevole produzione, protezione dei suoli, regolazione idrica e miglioramento della biodiversità.
Il passaggio più forte del documento riguarda però la proposta di un Piano nazionale per il rafforzamento della filiera pioppicola italiana. Un Piano che, secondo il Comitato, dovrebbe integrare strumenti di politica agricola, ambientale e industriale, superando le contrapposizioni tra interessi settoriali e individuando con criteri condivisi le superfici più vocate, sulle quali concentrare risorse e finanziamenti.
Sembra una richiesta scontata, ma è anche un punto cruciale, perché oggi il problema non sembra essere la mancanza di singole competenze: ricerca, vivaistica, imprese agricole, industria del legno, trasformazione, certificazione e servizi tecnici esistono già. La difficoltà è farle lavorare dentro un quadro stabile, leggibile e coordinato. In questo senso il documento propone di rafforzare l’Osservatorio Nazionale del Pioppo e di rendere stabile un gruppo di lavoro presso il Coordinamento nazionale per la bioeconomia, coinvolgendo Ministeri, Regioni, mondo produttivo e ricerca.
A rafforzare questa impostazione c’è anche il punto 10 dell’Allegato 1, dedicato alle azioni di supporto. Qui viene proposta la creazione di un Cluster nazionale sul pioppo, pensato come strumento operativo per coordinare Regioni, imprese, enti di ricerca e soggetti della filiera. Il Cluster potrebbe occuparsi dell’attuazione dell’accordo interregionale stipulato nel 2025 e degli obiettivi della Strategia Forestale Nazionale, della promozione di pratiche colturali sostenibili e delle certificazioni, della valorizzazione dei servizi ecosistemici, della comunicazione tecnico-scientifica e della formazione degli operatori. In altre parole, non un nuovo contenitore formale, ma un soggetto facilitatore capace di dare continuità alle iniziative e di trasformare gli accordi in lavoro quotidiano.
Il documento assegna poi ruoli specifici ai diversi soggetti istituzionali: al MASAF il rafforzamento dell’Osservatorio e il rilancio del CREA di Casale Monferrato; al MIMIT il collegamento con le politiche industriali e l’innovazione nella trasformazione; al MEF l’analisi di incentivi, sgravi, contributi e strumenti assicurativi; al MUR il coordinamento della ricerca sui nuovi impieghi del legno di pioppo; alle Regioni l’attuazione progressiva degli impegni già sottoscritti.
Non mancano, naturalmente, le criticità.
Il documento evidenzia con chiarezza le preoccupazioni legate alle aree golenali, dove la pioppicoltura trova spesso condizioni favorevoli, ma dove si concentrano anche esigenze idrauliche, ambientali e di ripristino della naturalità fluviale. I timori riguardano possibili espropri, divieti o forti limitazioni alle piantagioni, anche in relazione ai piani di bacino, alla gestione dei sedimenti e ai progetti di recupero ambientale finanziati dal PNRR. Preoccupazioni che potrebbero crescere ulteriormente con l’attuazione del Piano nazionale di ripristino della natura, soprattutto rispetto all’obiettivo di non ostacolare la divagazione delle acque fluviali.
È qui che la proposta del Comitato diventa più sfidante: non negare i conflitti, ma provare a governarli. Le linee guida per la coltivazione dei pioppi nelle aree golenali e nelle fasce di mobilità degli alvei, da costruire su basi scientifiche e con decisioni condivise tra MASE, MASAF, CREA, Regioni e portatori di interesse, potrebbero rappresentare un passaggio decisivo. Non per imporre una soluzione unica, ma per evitare che ogni territorio proceda in modo isolato, alimentando incertezza per gli agricoltori e conflittualità tra funzioni produttive, ambientali e idrauliche.
Sempre nell’Allegato 1 compare anche la proposta di un portale web nazionale per la pioppicoltura italiana: uno spazio capace di raccogliere dati, informazioni tecniche, aggiornamenti normativi, strumenti di supporto alle decisioni, servizi ecosistemici, certificazioni, mappe e materiali utili a imprese, tecnici, amministrazioni e cittadini. Un’idea, probabilmente proposta dagli stessi Autori, che riprende una proposta pubblicata circa un anno fa sul sito di Sherwood e poi ripresa anche su Sherwood DIGITAL: creare un punto di accesso nazionale, autorevole e aggiornato, per mettere in connessione conoscenze oggi spesso disperse tra Regioni, enti di ricerca, associazioni e filiera.
Non è un dettaglio. Perché un sistema pioppo, per funzionare, ha bisogno anche di informazione ordinata, accessibile e credibile. Senza dati condivisi su superfici, cloni, disponibilità vivaistica, prezzi, mercati, incentivi, certificazioni e vincoli territoriali, ogni scelta resta più fragile. E gli agricoltori rischiano di essere lasciati soli proprio nel momento in cui dovrebbero decidere se investire su una coltura a ciclo pluriennale.
La visione è ampia e articolata. La sfida di coinvolgere ciascuno per le proprie competenze è molto alta. Non sarà facile, né rapido, l’ottenimento di tutti i risultati attesi, ma intanto c’è una base da cui partire.
Chissà che proprio grazie al pioppo, specie determinante per l’arboricoltura italiana e filiera già matura sul piano tecnico e industriale, non si riesca finalmente ad arrivare a quel Piano nazionale di settore che anche noi di Sherwood abbiamo auspicato in più edizioni delle Pillole Forestali dal Mondo. Un Piano capace non solo di aumentare le superfici coltivate, ma di dare stabilità, prospettiva e riconoscimento alla produzione di legname da piantagioni fuori foresta. Un piano che, se attuato, potrebbe avviare il percorso necessario per rendere la produzione di legno Made in Italy molto meno fumosa e irrilevante di quanto sia oggi.
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Una sintesi dell'interessante documento su “Azioni dirette al rafforzamento della bioeconomia circolare del pioppo”, prodotto a maggio dal Comitato nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnolog
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