di Fabio Cappelli
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Ancora ieri leggevo, su un noto quotidiano nazionale, un articolo di sintesi inerente alcune considerazioni illustrate da ricercatori americani in merito ai favorevoli effetti prodotti dalla piantagione di alberi nelle città. La giornalista, (non sappiamo se ha tradotto o ripreso l’articolo da altre fonti) ha adoperato sempre il termine piantumazione che, insieme ad essenza forestale, rientrano, per quanto mi riguarda, tra le parole che più mi disturbano. Giusto per ribadire, un servizio Rai della sera replicava gli stessi termini. Provo a spiegarmi.
Piantumazione - termine che compare, più o meno, durante gli anni ’90 ed impiegato esclusivamente da non addetti ai lavori: giornalisti, architetti, funzionari delle Soprintendenze, alcuni divulgatori. Non comprendo a fondo le motivazioni linguistiche che hanno determinato l’uso di questo termine; Eugenio Zanotti (Centro studi naturalistici bresciani) da buon lombardo spiega che nel dizionario Devoto-Oli il verbo piantumare è registrato come derivato dal lombardo piantumà in uso dal 1993, che comunque significa “travasare” quindi non piantare; potrebbe, forse, adattarsi con il significato di “trapiantare”. E comunque, da buon toscano (e cultore della lingua italiana) perché non dire piantare e piantagione? Il nostro linguaggio tecnico utilizza anche altri termini corretti, che mi porto dietro dai lontani tempi dell’Università: impianto, messa a dimora, rimboschimento, eventualmente imboschimento riferito alla prima piantagione.
Essenza - l’uso (sbagliato) del termine essenza invece di specie è più sottile e, diciamolo, anche un po’ snob; risale alla traduzione letterale del francese essence che significa effettivamente specie, salvo che nella lingua italiana essenza ha due precisi e diversi significati: parte fondamentale (es. essenza del problema) oppure sostanza volatile estratta (profumo, essenza di trementina). In questo caso la “colpa” di aver divulgato questo termine può essere attribuita agli importatori di legnami e parquet, ditte e arredatori al seguito che, senza porsi problemi, hanno “italianizzato” il termine francese; basta leggere qualsiasi tipo di pubblicità di settore per capire come ormai questo termine sia così diffuso. Resta, anche qui, curioso capire (senza per questo scomodare l’accademia della Crusca) perché molti abbiano trovato banale usare il termine corretto italiano: forse si riteneva il sostantivo “specie” troppo forte? In ogni caso, chi non ha confidenza con la botanica, potrebbe più correttamente parlare di “tipo di piante”
In ultimo, ci si potrebbe chiedere perché noi forestali siamo stati esautorati anche di parte del nostro linguaggio tecnico (ma italiano normale) ma, in fondo, questo è un aspetto marginale in confronto a tutto il resto: così dovremo rassegnarci (dal mio punto di vista) a leggere articoli o vedere servizi tv ove, con fare forbito, si spiegheranno i vantaggi di “piantumare essenze forestali di qualità mista….”
Se vogliamo andare ancora oltre, la mia personale lista delle espressioni insopportabili comprende anche: tagli selvaggi, natura incontaminata, boschi vergini (incontaminati, intatti), ambienti selvaggi, boschi puliti o sporchi.
Fabio Cappelli
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Perfettamente d'accordo: sono due termini impropi che disturbano. La cosa peggiore è che molti colleghi li utilizzano annullando di fatto un lessico specifico che dovrebbe qualificarci.
Sono d'accordo con te Giovanni, sono termini che non derivano dal linguaggio di chi si occupa di piantare alberi o di gestirli in area urbana. Purtroppo però dobbiamo prendere atto che si tratta di due espressioni che sono entrate nel linguaggio comune e che non potranno essere cancellate. Ciò che possiamo fare è "resistere" utilizzando le parole tecniche del settore e invitando in nostri colleghi a fare altrettanto.
Resistere, resistere, resistere!
Grazie per questo articolo e per aver citato mio padre Eugenio, che già più di quindici anni fa aveva scritto in merito all'uso improprio di questi termini. Un utilizzo che purtroppo è diventato di uso comune e che difficilmente sarà cancellato. L'unica speranza è che almeno in ambito tecnico rimangano quelli corretti.
Buongiorno Sig. Cappelli,
Concordo pienamente con quanto da lei scritto. Il problema è che chi scrive queste cavolate confonde il lessico comune, che è fatto di parole (quindi soggette a variazione), con il lessico specialistico che è fatto di termini (strettamente legati a un concetto univoco). L'unica cosa che non mi torna è quando dice che essenza "risale alla traduzione letterale del francese essence che significa effettivamente specie". Non sono riuscito a trovare questa traduzione, non solo in rete, ma nemmeno sui miei dizionari di francese. Può dire dove si trova? Grazie e saluti
Arch. Giacomo Maria Mutti
Il termine essence è stato impiegato dagli esportatori francesi di parquet per definire la specie forestale e purtroppo tradotto letteralmente dai rivenditori italiani; dai negozi a internet, le caratteristiche principali dei parquet sono definite da: essenza (rovere, noce, tek, ecc.) e tipologia (massello, due/tre strati, ecc.). E così, fuori dal vocabolario scientifico, ha preso facilmente e velocemente campo il termine. Per altro in francese specie forestali corrisponde a espèces forestièr.
Frequentando con piacere alcune pubblicazioni forestali piuttosto datate, mi è capitato di incontrare l’uso del termine “essenza” come sinonimo di “specie” da parte di alcuni Autori prestigiosi, in libri che hanno lasciato il segno nella cultura forestale. Ne cito ad esempio solo tre.
Del governo dei Boschi di Henri Duhamel du Monceau del 1772
Archeologia Forestale di Adolfo di Berenger del 1863
Manuale tecnico-pratico d’Arte Forestale di Giovanni Carlo Siemoni del 1864
Non escluderei quindi che la pratica di utilizzare “essenza” al posto di “specie” abbia radici più profonde e diffuse, al punto da giustificare, almeno in parte, l’uso che se ne fa ancora oggi.