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di Filippo Bussotti
Ho letto con interesse il libro di Marco Ferrari “Le piante non sono animali verdi”, e osservo con piacere che finalmente qualcuno ha affrontato la questione in maniera organica e su un mezzo di comunicazione accessibile ai più. I concetti di “intelligenza vegetale” e di “common mycorrhyzial network” sono stati ripetutamente contestati nella letteratura scientifica e anche su giornali di lingua inglese. In Italia pare che una sola opinione abbia diritto di esprimersi sui media. Sarebbe quindi vitale poter attivare una narrazione corretta ed efficace, per cui penso che questo ottimo libro possa rappresentare un contributo importante.
Il fatto che anche per le piante si possa parlare di “comportamento” è un dato ormai universalmente accettato. Oggi sappiamo con certezza che le piante sono in grado di recepire una grande varietà di stimoli ambientali e di rispondere efficientemente attivando complessi sistemi di regolazione. Poiché le piante sono organismi sessili la risposta non avviene con il movimento, come negli animali, ma modulando il fenotipo. Per questo motivo, nella letteratura scientifica il concetto di “comportamento” viene fatto coincidere con quello di “plasticità fenotipica”. Tutto ciò non giustifica la conclusione che questi comportamenti derivano da una scelta libera e cosciente. I concetti di “intelligenza” e di “coscienza” nelle piante sono altamente speculativi e dipendono molto dalle definizioni che diamo. Nel romanzo sullo scrittore di fantascienza Philip Dick (“Io sono vivo, voi siete morti”), Emmanuel Carrère pone il dubbio: se androidi (robot) programmati per simulare coscienza e sentimenti mostrano comportamenti a malapena distinguibili da quelli umani, come possiamo dall’esterno negare loro volontà autonoma e coscienza? Allo stesso modo, tornando al regno vegetale, che differenza c’è fra una risposta “intelligente” ed una risposta che risponde ad un complesso e sofisticato programma evolutivo, tale da apparire intelligente? In realtà, il concetto di “intelligenza vegetale” appare come una efficace metafora per descrivere il labirinto di risposte molecolari che stanno alla base delle strategie che le piante pongono in atto per relazionarsi alle fluttuanti condizioni ambientali, in cui più fattori di stress agiscono simultaneamente. La cosa è ben diversa dal considerare le piante “intelligenti” in senso stretto.
Quello che interessa la scienza è di stabilire attraverso esperimenti causa-effetto, replicabili e falsificabili (secondo i principi dell’epistemologia), i meccanismi fisiologici e biochimici, nonché l’espressione genica che regola i rapporti fra pianta e ambiente. Già adesso, molti dei comportamenti che sono stati proposti come prova di intelligenza possono essere spiegati in maniera meccanicistica attraverso precisi processi fisiologici: la percezione dei suoni è dovuta ad una sorta di tigmomorfismo (percezione meccanica di onde sonore); la memoria è connessa a risposte di tipo epigenetico; la percezione delle forme è legata a specifici fotorecettori; infine, il riconoscimento dei “parenti vicini” (kin recognization) è possibile tramite l’emissione e la recezione di indicatori di tipo chimico di tipo ipogeo ed epigeo. Le osservazioni empiriche riportate in letteratura sull’argomento spesso sono limitate alla descrizione di un comportamento senza indagare sui meccanismi causa-effetto. Esse hanno interessato un numero molto ridotto di specie (a fronte di 250.000 specie vegetali), soprattutto quelle dotate di movimenti nastici su cui era comunque possibile descrivere un movimento. Le generalizzazioni sono difficili e pericolose.
Le ipotesi sull’intelligenza delle piante sono di antica data nella storia della botanica (risalgono a Charles Darwin), ma sono entrate nel dibattito scientifico solo dopo gli interventi di Trewavas all’inizio degli anni’2000. I lavori pubblicati, tuttavia, sono in massima parte, articoli di discussione (review, opinion paper, discussion paper) mentre scarseggiano, o sono assenti, veri lavori scientifici sperimentali. Negli ultimi anni è però aumentata esponenzialmente la diffusione di queste ipotesi sui media. L’“intelligenza vegetale” è molto presente nella comunicazione popolare, ed è potenzialmente in grado di indirizzare l’opinione pubblica verso quelle che vengono considerate verità assolute in assenza di contraddittorio. Ben venga dal mondo dei biologi vegetali un più organico e comprensivo contributo per la corretta divulgazione della complessità della vita vegetale, basata su solide evidenze scientifiche e sfuggendo da sterili diatribe.
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