di Luigi Torreggiani
I due “pilastri” su cui si fonda la nostra Strategia Forestale Nazionale sono l’implementazione di una gestione forestale sostenibile volta alla multifunzionalità e lo sviluppo di un’economia del legno “che trovi nei principi dell’uso a cascata e del riciclo i suoi strumenti attuativi”.
Mentre sul riciclo del legno l’Italia vanta numeri da record ed è considerata un esempio a livello globale, sull’uso a cascata, nonostante se ne parli continuamente, la strada da percorrere appare ancora lunga e in salita. Come riportato nel Focus di Sherwood n. 276, oggi destiniamo a fini energetici il 60% circa del legno prelevato dai nostri boschi: percentuale doppia rispetto alla media UE. Questa grande differenza è determinata non solo da assortimenti legnosi (provenienti sia da cedui che da fustaie) che almeno in parte potrebbero essere meglio valorizzati, ma anche da tante superfici in stato di abbandono in cui si potrebbe coltivare e produrre legname da opera.
Per provare ad analizzare e comprendere questa situazione non basterebbe un libro: vi si intersecano vicende storiche, elementi geografici, interessi economici, aspetti selvicolturali, scelte politiche, fattori sociali e culturali. Ma anche riuscendo a capire ogni perché, verrebbe immediatamente da porsi un’altra domanda: come innescare un cambio di rotta?
Si tratta di un quesito che in tantissimi si sono posti negli ultimi decenni e a cui via via sono state fornite risposte interessanti, ma sempre parziali. Una di queste si è focalizzata sulla necessità, fondamentale al giorno d’oggi, di poter disporre di un quadro normativo adeguato e coerente per consentire l’uso di legno nazionale a fini strutturali. L’edilizia in legno, come dimostrano i report annuali sul tema, è infatti un settore in costante crescita; inoltre, i segati a uso strutturale si possono produrre anche da tronchi che per specie, dimensioni o difetti estetici non sono apprezzati da artigiani e falegnamerie. A seguito di un percorso iniziato negli anni ’90 del secolo scorso, oggi in Italia sono ben dieci i legni classificabili a uso strutturale, che derivano da specie molto presenti sul territorio. Nonostante questo, l’uso di legno nazionale nelle costruzioni non appare ancora diffuso quanto potrebbe, soprattutto in Centro e Sud Italia: cosa manca ancora?
Provando a rispondere in modo sintetico, vengono da citare almeno quattro parole chiave: pianificazione, selvicoltura, mercato e cultura. Questo Focus si concentra in particolare sull’ultima di queste parole e nasce dalla scoperta di un progetto LIFE, chiamato “BE-WoodEN”
(https://lifebewooden.unige.it), che tra i suoi obiettivi ha proprio quello di superare le barriere culturali che limitano l’utilizzo del legno nel settore delle costruzioni. Il progetto, che sta realizzando numerose attività formative e azioni pilota, si rivolge principalmente ai progettisti, ma discutendo con uno dei tecnologi del legno coinvolti - il Prof. Marco Togni dell’Università degli Studi di Firenze, che ringraziamo - ci siamo chiesti se potesse essere utile anche a chi legge Sherwood. La risposta che ci siamo dati è che la conoscenza delle norme e delle caratteristiche dei dieci legni nazionali utilizzabili a uso strutturale non è affatto scontata, anche tra tecnici e gestori forestali. Abbiamo così deciso di sintetizzare queste informazioni, unite a tre testimonianze che ci permettono di approfondire problemi e opportunità.
Incrementare l’utilizzo a cascata del legno nazionale tramite la valorizzazione della risorsa in edilizia è una strada percorribile e con ampi margini di crescita. Conoscere e far conoscere i nostri legni è un primo e importante passo che, tuttavia, da solo non basta. Occorre agire in modo deciso anche su pianificazione e selvicoltura, senza scordarsi di intervenire attraverso politiche che sappiano agire sul mercato, fondamentali nello sviluppo di ogni filiera. Altrimenti “uso a cascata” rimarrà solo uno slogan da brandire nei convegni, mentre case e mobili continueranno ad essere realizzati con legno proveniente da oltre confine.
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