di Luigi Torreggiani
A fine giugno 2024, dopo un iter tortuoso e contrassegnato da forti polemiche, è stata approvata la “Nature Restoration Law”: il Regolamento (UE) 2024/1991 sul ripristino della natura. Lo scopo principale è il recupero, a lungo termine e duraturo, della biodiversità e della resilienza degli ecosistemi in tutte le zone terrestri e marine degli Stati membri dell’UE, attraverso il ripristino degli ambienti degradati.
Il nuovo Regolamento prevede che ogni Stato membro si doti di un “Piano Nazionale di Ripristino”, da presentare alla Commissione entro il
1° settembre 2026. Questo contenuto editoriale esce quindi nel bel mezzo del periodo che separa l’approvazione della norma dalla presentazione del Piano Nazionale italiano: un tempo di studio, ma anche di riflessione e dibattito su come questo Regolamento potrà impattare, in positivo o in negativo, sul nostro settore. Alberi, boschi ed ecosistemi forestali sono infatti al centro di molte delle attività previste: questo sta creando interesse ed entusiasmo, ma anche una velata preoccupazione.
L’interesse e l’entusiasmo derivano dal fatto che le istituzioni europee, attraverso la Nature Restoration Law, hanno posto la necessità di occuparsi maggiormente degli ambienti naturali che ci circondano e che, in molti casi, sono stati pesantemente modificati dalle attività antropiche creando evidenti squilibri. La consapevolezza comune, derivata ormai da innumerevoli valutazioni scientifiche, è che impattando su habitat e specie si siano create condizioni negative anche per la nostra stessa vita e le relative attività socioeconomiche: l’urgenza di intervenire non è, quindi, solo etica, ma anche assai pragmatica. Riportare la natura al centro significa quindi anche focalizzare l’attenzione verso chi opera direttamente in questo ambito, generando potenziali opportunità di lavoro per i decenni a venire.
La velata preoccupazione è data invece da diverse criticità, che potrebbero concatenarsi assieme rivelandosi un freno alle attività di gestione forestale. C’è il rischio che il Piano Nazionale di Ripristino, visto anche il tempo risicato per presentarlo, non consideri adeguatamente la complessità di ambienti, come quelli forestali italiani, dove la componente naturale è influenzata da millenni di gestione antropica. In molti contesti, dove la biodiversità è legata anche a peculiari paesaggi culturali, occorrerebbe analizzare a fondo e con grande attenzione il significato di “ripristino”, per evitare che l’oggettività di dati e monitoraggi sia prevaricata da approcci ideologici, come è già accaduto in passato, ad esempio, con la Rete Natura 2000. A questa criticità si sommano i dubbi sul reale significato di “ambiente degradato”, le preoccupazioni sui possibili fondi a disposizione e il pericolo che, volendo impattare meno sull’economia agricola e sugli aspetti urbanistici nelle aree di pianura (quelle che più avrebbero bisogno di concrete attività di restoration!), si faccia strada la volontà politica di “spostare il problema” maggiormente nelle montagne, creando nuovi balzelli burocratici e limitazioni.
Oggi come non mai è quindi importante che il nostro settore si faccia trovare pronto. Abbiamo competenze che altri non hanno e che saranno fondamentali nelle attività di ripristino da attuare: dovremo riuscire a farle valere. Ripristinare ecosistemi urbani e agricoli attraverso gli alberi, ad esempio, si sposa perfettamente con tali capacità, ma sarà necessario innovarle, attraverso la formazione e la creazione di strumenti operativi. Questo Regolamento potrebbe aiutarci a supportare gli interventi forestali di ripristino, sempre più necessari a seguito di eventi estremi come tempeste, patologie e incendi, ma dovremo saper veicolare questa priorità a livello politico. C’è indubbiamente anche il rischio che le attività di gestione forestale possano essere frenate senza reali motivazioni tecnico-scientifiche: dovremo saperci muovere per prevenirlo, lavorando a nuovi equilibri.
L’aspetto che più dà speranza nell’affrontare questa nuova sfida è che molte delle innovazioni selvicolturali indagate e sviluppate negli ultimi decenni, riassunte nell’approccio “closer to nature”, appaiono decisamente in linea con lo spirito della Nature Restoration Law: invece di averne una paura preventiva, impariamo a conoscere meglio questa norma e facciamo rete per coglierne le reali opportunità evitando i rischi.
Ci auguriamo che il Dossier che vi proponiamo serva proprio a questo.
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